Non nascondo di aver avuto alte aspettative ponendomi di fronte a questo Carnage. Regia di lusso, protagonisti di classe, soggetto blasonato… eppure arrivati ai titoli di coda, il nuovo film di Polanski non convince del tutto, lasciando in fondo allo stomaco, una fastidiosa sensazione di mancata sazietà.

Sarà colpa del teatro che abbonda e del cinema che latita, in una pellicola in cui il quartetto di attori in campo, si confonde in un gioco alla gigioneria, da cui esce vincitore solo un misuratissimo e sfaccettato John C. Reilly, mentre le urlanti Jodie Foster e Kate Winslet, in buona compagnia del sardonico e fin troppo beffardo Christoph Waltz, ne risultano sconfitte.

L’impressione che pervade la pellicola è quella che alla fine della fiera il film tenti di ergersi in piedi da solo, presentandosi a noi, non privo di alterigia e consapevole che probabilmente saranno sufficienti i talenti messi in campo, per raccogliere le sperticate lodi del pubblico. Niente di più sbagliato, quando si parla di cinema, un disciplina in cui, a differenza della matematica, non è affatto detto che due più due faccia sempre quattro.

La vicenda telefonatissima della violenza tra coetanei, con una vittima ed un carnefice, è alquanto prevedibile e risulta perfino poco interessante ai fini sociologici ed antropologici, in quanto analizzata in maniera piuttosto banale da un confronto/scontro tra genitori che si indirizza fin troppo presto sui binari di una già vista ipocrisia e di una fin troppo preannunciata violenza verbale.

Carnage parte bene, naviga a vista e si arena presto in un corollario di luoghi comuni talmente abusati da risultare stucchevoli (l’attaccamento agli oggetti, la manifesta ipocrisia, addirittura la malvagità delle case farmaceutiche…). Tanti e tali topoi, messi insieme in maniera disordinata e lasciati in balia delle sferzanti battute di un talentuoso gruppo di attori, rendono un pessimo servizio a Carnage, facendo di fatto naufragare l’intero progetto.

Dove sono finite le sfumature, gli accenni, quel narrare in punta di piedi, che tanto bene fa allo spettatore che ama riflettere e di contro non si appassiona quando la Verità gli viene fornita urlata e per di più servita su di un ingombrante piatto d’argento. Il film di Polanski non sussurra, ma grida, non usa metafore, ma strilla a gran voce la propria ineluttabile visione della realtà, regalandoci un ritratto dell’alta borghesia e delle proprie contraddizioni, che sembra uscito da qualche polveroso trattato sociologico vecchio di decenni.

Visto e rivisto, cotto e mangiato… troppo teatro, ma soprattutto troppo poco cinema.

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VOTO DI PANCIA (APPENA FINITI I TITOLI DI CODA):

– 6,5 –

CHE INVESTIMENTO MERITA DA PARTE VOSTRA:

Sul satellite.

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