Non è semplice dare fiducia ad una pellicola titolata stolidamente Blood story dalla cieca e sorda distribuzione italiana, per di più sapendo che il suo titolo originale è Let me in e che si tratta del remake dello splendido e svedese, Let The right one in, che qualche anno fa (2008) rappresentò un vero e proprio caso, uno di quei film che finalmente diceva qualcosa di nuovo sui vampiri.

Se però siete in grado di lasciarvi tutti questi dubbi e le vostre perplessità alle spalle, rimarrete probabilmente piacevolmente stupiti dalla bellezza di questo film, identico nel significato, ma differente nel significante, dal suo celebrato predecessore.

Scegliendo di ambientare l’intera vicenda nel 1983, in piena epoca Reaganiana, il regista e qui anche scrittore, Matt Reeves (Cloverfield), compie un’interessante opera di riflessione. I plastificati anni del sogno americano, non sono mai apparsi così vuoti e desolati, attraversati da individualità egoiste e profondamente sole, mentre le istituzioni, prima tra tutte le forze dell’ordine, non sembrano in grado di comprendere il peso della vacuità umana che logora dall’nterno l’intera società. Il vampirismo nella sua ferina sincerità si presenta come una cura alla solitudine e all’alienazione, morbo e panacea dell’animo umano, zenit e nadir della comprensione e della compassione.

I due piccoli protagonisti, così simili, diversi e complementari, si sfiorano, si cercano e si uniscono, consapevoli di rappresentare un punto di non ritorno tra ciò che è stato e ciò che sarà. Molto più della pellicola originale, questo Let me in, riesce ad evidenziare con netto contrasto, il tipo di relazioni affettive ed umane presenti nel film, forme di sudditanza, dipendenza, amore, amicizia ed egoistico interesse personale, che restano solo delicatamente accennati, ma che rappresentano il fulcro e la chiave di volta di una storia tetra e per nulla consolatoria.

L’alienazione tipica dell’adolescenza, il legame speciale che si instaura tra coetanei, l’amore o semplicemente l’acerba promessa di esso, si affacciano e scompaiono in quasi due ore di spoglie inquadrature in cui inesorabile la neve continua a cadere a coprire sangue fumante e peccati inconfessabili. Let me in, abbraccia i suoi protagonisti, ammantandoli di una tetra luce riflessa, incapace di illuminare completamente i loro cuori e le loro anime nere, così il male e l’amore si fondono e si confondono, lasciandoci incapaci di capire e distinguere.

Disperato e privo di compassione, rassegnato e ammantato di una quasi impenetrabile solitudine, Let me in è film completo e triste, una sincera e pesantissima pietra tombale sulla figura ne mitica ne affascinante del vampiro, sul difficile fardello dell’adolescenza e in ultimo, sull’inutile e sacrificabile vacuità del sentirsi umani.

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VOTO DI PANCIA (APPENA FINITI I TITOLI DI CODA):

– 8 –

CHE INVESTIMENTO MERITA DA PARTE VOSTRA:

Bel film, merita il cinema.

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