London Boulevard è il classico film che non ti aspetti.

Chi scrive per esempio, era spiritualmente pronto a vedere un film simile a quelli sfornati dal sopravvalutato Guy Ritchie o se vogliamo, allo splendido In Bruges, vista la presenza di Colin Farrell in un ruolo simile, invece London Boulevard è qualcosa d’altro. di alieno.

Scevro da battute e ammiccamenti, il film diretto dallo sceneggiatore premio Oscar William Monahan (The departed) è una pellicola granitica, ellittica, quasi integralista nel suo intento di cinema. Spogliando il genere delle solite e facili esagerazioni, quello che rimane è un film circolare, in cui l’umorismo, se non in alcune fugaci situazioni, è ospite assente e poco gradito, di contro la concretezza si presenta in tutta la sua beffarda ineluttabilità.

Film sul destino e sulla scelta, London Boulevard, conquista per l’aliena capacità del regista di tenere i suoi personaggi con i piedi ben piantati per terra, senza consentire loro, strizzatine d’occhio e monologhi sarcastici degni di un talk show comico. Ciò che accade nel film, non è frutto del caso, ma della scelta di ognuno dei protagonisti di spingersi o farsi volontariamente spingere, fino ad un certo punto. Nessun destino arcigno e avverso, solo un sulfureo e pernicioso libero arbitrio, mai privo di conseguenze.

Colin Farrell è perfetto nel ruolo di un uomo spinto lentamente ai limiti del proprio essere, capace di abbracciare finalmente e definitivamente il proprio lato oscuro, per poi abbandonarvisi totalmente, in cerca di una tregua. Keira Knightley è bellissima ed eterea, mentre Ray Winstone è un mattatore assoluto, capace di rubare scena e battuta a chiunque gli si trovi di fianco. Giusto girotondo di anime e di intenti, circolare parabola sul discernimento umano e sull’effimera conseguenza dei desideri che ci completano,  London Boulevard, finiti i titoli di coda soddisfa e poi improvvisamente, dopo alcune ore, cresce, fino a riempire la mente e non il cuore.

Unica pecca del film di Monahan è quindi l’assenza di un’umanità e di un’anima, assenza che raggela tutto in una perfezione asettica, poco sanguigna e troppo rarefatta, il succitato In Bruges, con la sua poesia e la sua inaspettata, spiazzante e dolcissima empatia, è ancora lontano… forse solo dietro l’angolo.

Alla prossima Will, più cuore e meno cervello.

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VOTO DI TESTA (PASSATE ALCUNE ORE): – 6,5 –

VOTO DI CUORE (PERSONALISSIMO): – 6,5 –

VOTO DI PANCIA (APPENA FINITI I TITOLI DI CODA): – 6,5 –

CHE INVESTIMENTO MERITA DA PARTE VOSTRA:

Merita un salto in sala… senza impegno.

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