Se ripenso a quando adolscente, ho adocchiato il primo numero di Dylan Dog in edicola, mi si inumidiscono gli occhi.

Correva l’anno di grazia 1986, io avevo ancora tutti i capelli e mi piacerebbe anche dire che avevo qualche chilo in meno (ma sarebbe una bugia), quando nell’edicola del quartiere in cui abitavo, vidi fare capolino un albo a fumetti dal titolo, L’alba dei morti viventi. Visto che un adolescente cine-dipendente (come me) non poteva resistere al suadente richiamo di quel titolo, comprai il primo numero di quella pubblicazione e da quel momento me ne innamorai.

Non starò qui a tediarvi con un’ulteriore passeggiata sul viale dei ricordi, vi basti pensare che Dylan e la sua crew, mi hanno fatto compagnia fino al numero 100, poi francamente mi sono stancato, regalandomi qualche brivido, alcuni nudi femminili e tanta cinefilia bidimensionale.

Ora con questi sentimenti ad agitarsi nel cuore, mi sono avvicinato a Dylan Dog -Dead of night e quello che ho provato, proverò a descriverlo in queste poche righe.

In modo molto diverso dal precedente tentativo di adattamento cinematografico, il quasi dimenticato Dellamorte Dellamore che sarebbe invece da rivalutare, il nuovo film dedicato all’indagatore dell’incubo, ha tutti i difetti delle medio grandi produzioni americane. Senza scegliere una strada espressiva, ma perennemente a metà tra la commedia demente e l’horror modaiolo, questo nuovo Dylan Dog, annaspa per tutta la sua pantagruelica durata (quasi due ore sono davvero troppe per un prodotto di questo tipo), cercando disperatamente di non lasciarsi scappare nessuna tipologia di pubblico, dall’adolescente appassionato di vampirismo decadente e all’acqua di rose tipico di Twilight, fino a quello fissato con l’horror fatto di zombie e risate, passando per l’estemporaneo nostalgico, memore del fumetto originale.

Questo a ben guardare è il più grande difetto di molte pellicole di genere, provenienti da oltre Oceano, l’incapacità di scegliere da che parte stare, cercando quindi di piacere ad una tipologia di pubblico talmente vasta, da scontentare tutti. Mischiando male ed in modo confuso tanti elementi, il timballo Dylan Dog risulta talmente ricco da essere stomachevole: zombie al mercato dell’usato, vampiri-demoni, antiche maledizioni, giochi e doppi giochi, umorismo da fiera e spaventi da prima elementare, senza mai dare una decisa sterzata in un senso o in un altro.

Gli spenti e svogliati protagonisti non tirano certo acqua al mulino della pellicola, che così com’è rischia di non piacere a nessuno che abbia da poco smesso il grembiulino e si accinga al grande salto verso la scuola media. Molto meglio aveva fatto Michele Soavi nel lontano 1994, con il già citato Dellamorte Dellamore, mettendo insieme un film grottesco e a tratti iquietante, non privo di spunti intelligenti e di quell’originale spirito stravagante che da sempre ha caraterizzato il fumetto.

Tutto da buttare quindi? Sì, a meno che non si voglia assistere ad una pellicola capace di farsi dimenticare nel momento stesso in cui la si sta guardando, così anonima e trasparente da non poter nemmeno assurgere ad uno status di vaccata colossale, ma solo a quello di dimenticabile e trascurabile deja-vu. Viene alla mente il recentissimo Priest, altra indigesta accozzaglia di suggestioni, che mal si colloca sugli scaffali divisi per genere, di qualsiasi videoteca.

E l’appassionato di cinema, dapprima si rattrista, ma poi passa tranquillamente ad altre visioni, più degne, intelligenti e più coraggiosamente determinate a difendere la propria identità, qualsiasi essa sia.

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VOTO DI TESTA (PASSATE ALCUNE ORE): 4

VOTO DI CUORE (PERSONALISSIMO): 4

VOTO DI PANCIA (APPENA FINITI I TITOLI DI CODA): 5

CHE INVESTIMENTO MERITA DA PARTE VOSTRA:

Download selvaggio e pubblico dileggio.

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