“L’ho fatto solo per amore.”

E’ in questa battuta chiave, pronunciata da Simon Pegg, che si può ritrovare il vero senso di un’operazione piuttosto debole e fallace, che ha visto tornare dietro la macchina da presa John Landis dopo ben 13 anni di assenza.

Interpretato da due attori simpatici come Simon Pegg (L’alba dei morti dementi) e Andy Serkis (il Gollum de Il Signore degli Anelli), attorniati da una pletora di comprimari assolutamente straordinari, Burke & Hare è film lieve e ammantato di un fascino antico, quasi anacronistico. Proponendo una storia piuttosto lineare, in cui si mischiano abbastanza bene una buona dose di humor nero e il Macbeh di Shakespeare, Landis gioca pulito, anche troppo, regalandoci una pellicola senza guizzi e senza sorprese.

Il risultato è un filmetto talmente dimenticabile, che già sui titoli di coda (in perfetto stile Landis) ci si accorge di averne dimenticato la premessa. Eppure è diretto dallo stesso regista dei rutilanti The Blues Brothers e Animal House, del divertentissimo e terrificante Un lupo mannaro americano a Londra, dello splendido Tutto in una notte e dell’indimenticabile I Tre Amigos, ma ultimamente ciò non sembra più essere una garanzia.

Si sa, sic transit gloria mundi, ma una riflessione a questo punto risulta inevitabile. Non è un caso che negli ultimi tempi alcuni maestri del passato, riavvicinandosi al mestiere che li ha resi indimenticabili, abbiano ottenuto risultati tiepidamente discutibili. E’ il caso di Joe dante, che con The Hole firma un film interessante ma vecchio di 20 anni, di Oliver Stone, che tornato a far parlare di se grazie a Gordon Gekko in Wall Street 2, confeziona un film di classe, ma completamente sbagliato, di Brian De Palma che con The Black Dalia firma una pellicola talmente stilizzata e fredda, da risultare vuota  ed infine, per chi lo ha già visto, sembra anche essere il caso di The Ward,  atteso e deludente ritorno del maestro dell’horror John Carpenter.

La colpa è forse da ricercare nelle sceneggiature che questi maestri del passato si trovano a tradurre in immagini (il caso di Stone è invece legato alla necessità di incassi facili grazie ad un sequel), copioni deboli, in alcuni casi obsoleti e spesso poco personali. La logica conseguenza sembra andare nella direzione di una Hollywood che ormai si rifiuta di rischiare, investire e credere nel cinema del passato, o in chi del cinema stesso ha un’idea forte, definita e personale. Risulta forse rischioso dare in mano a questi artigiani della macchina da presa progetti multimiliardari e si preferisce andare sul sicuro, prediligendo il nuovo che avanza con mano pesante.

Rimane a questo punto un’ultima domanda da fare. Perchè questi mostri di un passato che fu, si piegano a questa logica fallace e rischiosa, accettando di tornare dietro la macchina da presa, anche a rischio di compromettere la propria folgorante carriera e di essere tacciati di demenza senile precoce?

Per rispondere, dobbiamo tornare da dove siamo partiti. Landis e soci sono tornati per l’impossibilità di smettere di dirigere film, regalare storie e sogni, emozioni e  paure, impiegando il loro mestiere in ciò che sanno fare meglio e in ciò che non riescono a smettere di fare.

Amore, lo hanno fatto solo per amore.

 

VOTO
Se avete da 00 a 13 anni: Carino, 6
Se avete da 13 a 20 anni: Non male, 6
Se avete da 20 a 30 anni: Insomma, 6
Se avete da 30 a 40 anni: Sufficiente, 6
Se avete da 40 anni in su: Insomma, 6

 

 

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