Parlare di un film come Cado dalle nubi con l’unico obbiettivo di demolirlo è operazione troppo semplice e forse anche piuttosto ingenerosa, visto che si tratta di un film nato sull’onda di un entusiasmo (quello per il nuovo fenomeno televisivo Checco Zalone), con l’unico intento di strappare qualche risata.

Eppue tralasciando gli evidenti problemi e gli enormi limiti di un’operazione come questa, sorvolando sull’umorismo di grana grossa e la sceneggiatura puerile, il film si pone come valido elemento di riflessione sulla salute del cinema italiano.

Bisogna intanto dire che il cinema di casa nostra è composto per la maggiorparte da storie di pianerottolo, ovvero da sceneggiature che raccontano episodi della vita dei nostri vicini di casa, tralasciando colpevolmente l’aspetto universale delle medesime e lasciando invece che il fulcro di ogni problema si possa riassumere nell’ostinata ricerca dell’amore e della felicità.

E’ d’obbligo inoltre notare che il modo di trattare la realtà nel nostro cinema, lascia molto a desiderare. Prendendo ad esempio proprio il film che ha dato il la a questa discussione, risulta impossibile non notarne le tante grossolane ingenuità. Il divario tra sud e nord fa da perno (ancora una volta) per strappare una serie di dubbie e fiacche risate, mettendo alla berlina ora i difetti dell’uno e  ora l’orgoglio padano dell’altro. Le insistite e fastidiose battute sull’omosessualità, sono talmente volgari e fuoriluogo da non meritare nemmeno un ghigno forzato. Infine i gratuiti e poco divertenti commenti frutto pregiudizi etnici, hanno il discutibile merito di far degradare ulteriormente la qualità del film e la dignità di chi lo sta guardando.

Nel 2010 quindi il ritratto della realtà cinematografica italiana è quello di un paese che si diverte ancora alle spalle dei diversi, non avendo la minima paura di essere anacronistico, legato com’è ad un umorismo mai veramente adulto, frutto di pregiudizi e stupidità. Se Ozpetek da un lato organizza cene in terrazza, descrivendo con garrula noncuranza una comunità omosessuale da cartolina, dall’altro il cinema dei cinepanettoni et similia si butta a capofitto nello stereotipo più becero, corrivo ed offensivo.

“Terroni”, “Culattoni”, “Negri”… è possibile che si riescano ancora a produrre opere cinematografiche che si basano su queste offensive etichette? Perchè il cinema italiano non riesce a sdoganare se stesso ed uscire finalmente da un provincialismo da borgata dannoso prima di tutto per il cinema stesso?

Il nostro cinema descrive colpevolmente una realtà sballata, contribuendo così ad imbarbarire ulteriormente un clima di dilagante ignoranza, oppure i film sono semplicemente la cartina tornasole della società che li partorisce?

La domanda è annosa e prima o poi meriterà una risposta, quel che è certo è che un cambio di rotta a questo punto è quanto mai necessario, anzi indispensabile.

LA SCENA CHE VALE IL FILM

Il conciliante finale…. francamente non saprei, troppo poco e troppo male.

VOTO

Da 00 a 13 anni: Carino, 6

Da 14 a 22 anni: Carino, 6

Da 23 a 33 anni: Lasciate perdere, 5

Da 34 a 45 anni: Per carità, 4

Da 45 a 70 anni: Per carità, 3

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