Times, they are changin’ cantava molti anni fa il buon Bob Dylan. Mai affermazione fu più vera di così, soprattutto di questi tempi. L’occasione per citare Dylan, mi viene dritta dritta dalla visione del remake del classico L’ultima casa a sinistra.

In un panorama cinematografico asfittico e senza idee, la pratica del remake selvaggio si è ormai imposta come nuova cifra stilistica, soprattutto nello strano universo del cinema horror. Non aprite quella porta, Le colline hanno gli occhi, Venerdì 13, Halloween, Amitiville Horror, Nightmare e chi più ne ha, più ne metta, in un gioco all’accumulo che non conosce tregua o pietà. In questo desolato clima e in una serata senza aspettative, ecco dunque farsi largo sul mio lettore dvd il remake de L’ultima casa a sinistra.L’occasione è quindi ghiotta per tirare le somme e fare qualche considerazione sugli ultimi frutti (marci) di questa malsana tendenza.

Se escludiamo Halloween diretto con piglio autoriale da Rob Zombie, tutti i film sopra citati nulla tolgono e nulla aggiungono ai classici a cui si rifanno. Quello che risalta invece, oltre all’inutilità dell’operazione (si pensi alla pedissequa messa in scena di Venerdì 13) è il cambiamento culturale mostrato da queste pellicole. Se ora come allora il canovaccio non cambia, la vera assente è quella vena sovversiva e politicamente scorretta che abbondava allora e latita ora.

Pensando per esempio alla pellicola che ha dato il la a questa digressione, è giusto notare, come L’ultima casa a sinistra (versione originale) sia una delle più terrificanti via crucis in cui si possa imbattere uno spettatore, la violenza per nulla estetizzata invadeva ogni inquadratura, rendendone malsana la visione. Ne L’ultima casa a sinistra (remake) invece, l’esperienza visiva resta superficiale, mai sfiorando nemmeno minimamente il viscerale livello di coinvolgimento suscitato dall’originale.

Non solo, il progressivo “imborghesimento” estetico che ha recentemente ammantato i mostri sacri del genere, lascia spazio ad una distorta visione pericolosamente destrorsa dell’onnipresente dente per dente. Se nell’originale la giovane protagonista veniva torturata e uccisa dai balordi che aveva avuto la sventura di incontrare, giustificando poi la violenta reazione dei genitori, nel remake la protagonista non subisce la stessa sorte, di fatto quindi la sua sopravvivenza non giustifica affatto la reazione dei parenti.

La stessa rappresentazione della violenza non è più sporca, sordida, quasi documentaristica, ma estremamente pulita, estetizzata, quasi chirurgica. Concludendo se negli anni ’70 si producevano film per sconvolgere gli schemi e con loro gli spettatori, ora a millennio inoltrato, sembra che la tendenza sia quella di ricucire quegli strappi, curare quelle ferite e quei tagli, ammantando tutto con una massiccia dose di candide, moralizzatrici ed impenetrabili bende.

Per nostra fortuna il cinema francese ci ha recentemente regalato un capolavoro chiamato Martyrs, la Svezia ci ha sorpreso con Lasciami entrare e in ultimo pare che John Carpenter goda di una salute di ferro.

LA SCENA CHE VALE IL FILM
Quelle belle inquadrature immobili a rappresentare una natura immobile…

L’ANGOLO DELL’INTRIGANTE NOZIONISMO
Forse non tutti sanno che l’originale è stato diretto da Wes Craven, ma è anche farina del sacco di Sean S. Cunningam responsabile del fenomeno Venerdì 13.

VOTO
Se avete da 00 a 13 anni: Vietatissimo, n.c.
Se avete da 13 a 20 anni: Impressionante, 7
Se avete da 20 a 30 anni: Già visto, 6
Se avete da 30 a 40 anni: Noioso, 4
Se avete da 40 anni in su: Patetico, 3

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