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ABOUT TIME

about-time-posterAbout time, recita il titolo originale, ma potremmo dire: about cinema. Non fate l’errore di sottovalutare questo gioiellino, intriso di diafane riflessioni sulla vita, le scelte e il tempo che ci viene concesso, in troppi hanno liquidato questo film come banale commedia romantica. Pur essendo in parte d’accordo, devo per forza storcere il naso al cospetto di una definizione così elementare e superficiale, che tiene inevitabilmente forse conto della forma, senza valutare invece una sostanza costruita di vere aspirazioni e reali meriti. Questione di tempo, parte come la più classica delle commedie romantiche britanniche, costellata di personaggi singolari, trovate intelligenti (tra cui ovviamente quella che rappresenta il motore narrativo dell’intera vicenda) e un zuccheroso profumo di amorose offerte, non troppo diverso quindi dai suoi illustri predecessori, veri capisaldi di ogni gentil donzella dal cuore palpitante. Eppure ad un certo punto, indicativamente verso la sua metà, la pellicola prende una direzione diversa, mentre noi spettatori ci accorgiamo che da quel momento in poi sullo schermo scorre una storia diversa, più sfumata, intima e delicata, che parla sì d’ amore, ma anche di vita, scelte, sacrificio e tempo, insomma con sorpresa ci si accorge che quel film che sembrava così lineare e quasi banale, si rivolge direttamente a ciascuno di noi. Ecco dunque che torniamo all’assunto di partenza, perché quando una storia diventa universale, senza paura di prendere direzioni diverse, operando scelte che potrebbero scontentare qualcuno, allora quello si chiama cinema. Non fraintendetemi, non siamo al cospetto di una pellicola rigorosa e rivoluzionaria, siamo sempre nel regno della commedia romantica, eppure era fin troppo facile sfruttare in maniera pedissequa e stancante il pur interessante canovaccio, magari generando esilaranti paradossi tanto cari alle atmosfere della commedia più triviale, mentre al contrario si nota un pizzico di sano ed onorevole coraggio, nel proporre qualcosa che va veramente al di là delle solite logiche, cercando di elevare la storia e facendola finalmente vagare libera verso vette di commovente empatia. Dopotutto il cinema, soprattutto quello di intrattenimento, non è ancora tutto uguale, feroce e ferito stereotipo, appannaggio di sceneggiature fast food, scritte, riscritte e revisionate da fin troppe menti, capaci in questi ultimi anni, e più “invecchio” e più tutto questo mi appare manifesto e lampante, di creare veri e propri mostri senz’anima, voraci, stupidi e quel che è peggio, dannatamente dimenticabili. About time sembra dirci che il tempo, il nostro tempo, è troppo poco per sprecarlo guardando brutti film.

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WE’RE THE MILLERS

We're-The-Millers-PosterEcco uno di quei film che non ti aspetti. Di solito siamo portati a pensare che le risate più sane e divertite della nostra recente esperienza cinematografica ci giungano da qualche commedia indipendente e terribilmente scorretta, di solito appannaggio di attori come Jack Black o Seth Rogen, pensate quindi la mia sorpresa, quando mi sono ritrovato a ridere di gusto, fino al mal di pancia, grazie a Jennifer Aniston e Jason Sudeikis, in quella che per ora è una delle esperienze più spassose degli ultimi anni. Commedia che gioca come poche altre in maniera scorretta e scurrile sull’americanissimo concetto di famiglia, We’re the MILLERS (vi prego non usiamo il terrificante titolo italiano…) inanella una serie di trovate da antologia. Sequenze come quelle del taglio di capelli, del poliziotto messicano in cerca di una mazzetta, della notte in tenda con ménage allargato o del gioco dei mimi, rendono giustizia solo parzialmente al vulcanico e travolgente plot, che fin dai suoi presupposti (un piccolo spacciatore mette insieme una famiglia finta per poter passare indisturbato il confine con il Messico dove ha ritirato una grossa partita di droga) non lascerà indifferente nemmeno il più scettico tra gli spettatori. Merito della scrittura al fulmicotone con tempi comici serratissimi ed implacabili come un orologio, ottimamente orchestrati da un cast in forma splendida, capace di far detonare uno dopo l’altro tutti i luoghi comuni che di solito ammorbano questo tipo di pellicole familiari. Certo non siamo al cospetto di una rivoluzione, eppure la famiglia disfunzionale qui rappresentata, pur crogiolandosi nelle dolci pieghe di uno scontato happy end, non risparmia colpi pesanti e ben assestati ad una istituzione altrove sacra ed intoccabile, mostrandone i limiti, le ipocrisie, le debolezze e soprattutto i sordidi segreti. Largo quindi ai MILLERS, accozzaglia borderline di caratteri unici ed incontrollabili, generati dal caos che trovano realtà e sostanza proprio nel caos stesso, unico comun denominatore capace di dare un senso a sentimenti, pensieri e parole, che apparentemente sembrano non averne. Insomma, largo ai MILLERS, famiglia normale e speciale, esattamente come tutte le altre.

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KICK ASS 2

kickass_two_xlgDa quando un vero e proprio terremoto come Kick Ass si è abbattuto sul nostro amato mondo di celluloide, di fatto ha cambiato le regole del gioco e niente è stato più come prima. Kick Ass, esattamente come il suo protagonista, ha dato il via ad un cambiamento nel mondo dei supereroi, nel nostro modo di guardarli e di intenderli come tali. Quando un film come questo appare sulla scena, dando vita ad un fenomeno di idolatria di massa, succedono due cose: la prima riguarda le pellicole che verranno, costrette a fare i conti con ciò che è stato e la seconda è ovviamente un sequel. Inevitabile quindi che Kick Ass 2 facesse presto o tardi capolino nelle nostre vite. Il momento è arrivato e finalmente, grazie alla dabbenaggine della distribuzione italiana, che come al solito ne ha sottovalutato il potenziale, ecco uscire anche in Italia, nella settimana di ferragosto la più desertificata dell’intero anno, questo tanto atteso sequel. Diciamolo subito, si tratta di un gran bel film, certo il primo gettava le basi di un’idea veramente geniale, ma bisogna dire che il suo sviluppo non lascerà deluso nessuno. Non perdendo un grammo della volgarità, della violenza e dell’umorismo del primo capitolo, questo Kick Ass 2 acquista maggior corpo e sostanza del suo predecessore, spostando il suo fulcro sulla crescita, sulla responsabilità e sulla follia. Più che mai infatti, viene qui sottolineata la pazzia che sottende il travestirsi da supereroe, la distonia che obnubila la mente di chi si stacca dalla realtà credendo di vivere un fumetto e l’amara importanza della responsabilità che il singolo ha nei confronti dei suoi simili. Eroi e non supereroi, grida il film a gran voce, la società ha bisogno di questo, di persone reali che facciano davvero la differenza. Ecco quindi che Kick Ass 2, soprattutto nella seconda parte, lascia da parte la goliardia e depone la risata, per lasciar spazio al dramma e alla vera tragedia. Le azioni che compiamo hanno sempre delle conseguenze, portare una maschera non ci tutela dalla vita vera, dal male, dall’uomo. Ecco dunque che Kick Ass 2 va dritto al punto, esacerbando, portando alle sue estreme conseguenze l’idea che lo sottende, mostrandoci ancora una volta in tutta la sua atroce banalità, il volto della sua prima vera protagonista, la follia. A spartirsi il podio, ecco che vediamo farsi largo, l’altra grande protagonista del film, la crescita, che soprattutto nel personaggio di Hit Girl prende corpo e vita, mettendoci di fronte ad una fragilità e ad una femminilità, delicate e spiazzanti. Crescere significa in fondo comprendersi ed accettarsi, ecco quindi che Chloe Moretz interpreta quei dubbi e quelle difficoltà che tutti conosciamo fin troppo bene, regalando al suo personaggio sfumature toccanti ed inedite, probabilmente molto personali, fatte per toccare il cuore di ognuno di noi. Va detto che Kick Ass 2 sa essere anche un ottimo film di genere, catartico al punto giusto e capace di regalarci un paio di sequenze veramente memorabili, ma è là, sul fronte del dramma, che il film funziona meglio, scostandosi dai suoi imitatori e scoraggiando i suoi detrattori, calcificando insomma il ricordo di se, fino a farlo diventare mito ed archetipo. Kick Ass 2, non sembra un sequel, ma piuttosto la seconda parte di una storia interrottasi troppo presto, un attimo prima di diventare allarmante, malata, sbagliata, malvagia e schifosamente umana.

Un consiglio: non andatevene prima della fine dei titoli di coda. Avrete una sorpresa.

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THIS IS THE END

This-Is-The-End-PosterFolle. Mentre scorrono i titoli di coda di questo strampalato film, un’unica parola affiora sulle labbra: folle. Appunto. Non solo è folle l’idea di una fine del mondo vista come una un’apocalisse biblica dai contorni surreali, ma ad essere completamente fuori di testa in questo film è il meccanismo meta-cinematografico che lo sottende. Gli attori protagonisti interpretato infatti loro stessi e bisogna dire che una fine dei giorni vista attraverso gli occhi di un manipolo di eroi della celluloide ha quantomeno del geniale. La cosa straordinaria del film infatti è la meschinità terribilmente terra terra con cui vengono umanizzati questi volti notissimi, che tutti noi abbiamo imparato ad amare. Colpi bassi, codardia, opportunismo, ipocrisia e vera e propria cattiveria, tutti tratti distintivi della peggior umanità e riscontrabili in ciascuno degli attori protagonisti, creando così un interessante corto circuito cinematografico. Se in un film di questo tipo infatti ci si aspetta che alcuni nobili valori positivi spicchino, magari veicolati proprio dai volti noti dei protagonisti, qui la meschinità regna sovrana e tutto ciò che viene fatto o detto, ha un secondo fine, prettamente egoistico. Il film poi dal canto suo, regala alcune sequenze memorabili, attimi di cinema surreale e grottesco che sono difficili da rimuovere, così intrisi di umana dabbenaggine e di cinematografico citazionismo. Il risultato è una pellicola folle, come già detto, ma anche estremamente nostalgica, piena zeppa di quella cinefilia spicciola e sgangherata, propria della generazione dei trenta-quarantenni di cui anche i protagonisti fanno parte. Viene alla mente Il grande freddo di Kasdan, anche se i toni sono ovviamente opposti, mai dimenticata pellicola che ci mostrava l’ipocrisia che sottende i rapporti umani, la loro fragilità e l’innata capacità dell’essere umano di giustificare la propria meschina natura. This is the end è tutto questo, umorismo, cinefilia da bancarella e cinematografico manifesto di umana bassezza, non è poco per un prodotto di Hollywood che passa per semplice commedia. La sequenza finale in paradiso poi, insieme a ciò che immediatamente la precede, vale da sola il prezzo del biglietto.

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LA GRANDE BELLEZZA

La-Grande-Bellezza-PosterE’ quasi uno sforzo titanico alzarsi dalla poltrona dopo aver assistito a La grande bellezza. Difficilissimo staccarsi da quelle ipnotiche immagini di una Roma raramente così affascinante, eppur così distante. Si rimane quindi inchiodati al proprio posto domandandone ancora e ancora, fino a che il nostro cuore già colmo di meraviglia non arriverà a traboccare letteralmente d’amore per quel sopraffino trucco chiamato Cinema. Film molto sottovalutato, a tratti quasi disprezzato, diviso equamente tra cinismo, sogno ed umorismo, accomunati e legati da un profondo trasporto, da un vero e proprio amore per l’amore in se, che attraversa tutta la visione, fino ad arrivare alle Radici di ciò che fa di noi quello che siamo. Gep Gambardella, l’uomo che probabilmente tutti vorremmo essere, attraversa il film e la nostra vita con una levità, un disincanto e al tempo stesso con una potenza espressiva che ci lasciano attoniti, disarmati, muti. Attimi di Grande Bellezza che sottendono la visione e le nostre esistenze, confuse e smarrite, in un costante accumulo di cose, parole e persone, per restituirci una dignità della visione che credevamo smarrita. La chiave è davanti ai nostri occhi, la Bellezza è intorno a noi, a volte è un trucco, a volte è solo sognata, eppure, scavando nei nostri ricordi, o negli anfratti di un essere altro, possiamo afferrarla, anche solo per un istante, sentendoci di nuovo vivi. Lo sguardo di Gep è quello del Cinema, che riesce a cogliere lo splendore che lo circonda, lo fa proprio, ma troppo spesso non riesce a restituircelo, a raccontarcelo. Allora per poterlo finalmente spiegare e raccontare, deve andare alla Radice, al cuore di una storia, all’attimo che ne genera altri ed inevitabilmente all’origine di tutte le storie, di tutte le nostre storie, di tutte le nostre vite, c’è per forza l’amore. Senza cogliere ed accogliere l’amore è impossibile vedere, capire e raccontare la Grande Bellezza che ci circonda, perché solo il sentimento ed il ricordo riescono a dare forma e sostanza alla materia che ci circonda. Poco importa se spesso si tratta di un trucco, di un gioco di prestigio, che ci fa credere di aver visto qualcosa, che in realtà forse non è mai stato lì, sarà stata comunque una magnifica illusione. Il Cinema quindi cattura il sogno, il trucco, il gioco, l’illusione e grazie all’amore li rende veri, vivi e commoventi, anche solo per un istante, anche e solo per noi che abbiamo ancora la pazienza di vedere. La Grande Bellezza è il Cinema e forse i veri poeti siamo noi, spettatori ancora capaci di sognare ad occhi aperti di fronte ad un trucco ben riuscito, di fronte ad una singola immagine, nonostante tutto ancora capaci di restare nudi e disarmati al cospetto dell’amore, che domina incontrastato su tutto e tutti. Fin dal principio, fin dai titoli di testa, delle storie di ognuno di noi.

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IT’S A DISASTER

its_a_disasterMai come negli ultimi tempi, il cinema si è trovato a riflettere sulla fine dei giorni. Epidemie, catastrofi naturali, invasioni aliene e morti viventi, tra una risata e un brivido, ecco che in molti hanno immaginato la fine della razza umana. Se da un punto di visto più serio e drammatico, tutto quello che c’era da dire, lo ha probabilmente detto l’invisibile, splendido e sottovalutato Perfect sense, ecco che questo It’s a disaster arriva a seppellire tutto e tutti con una bella risata a denti stretti. Divertente ma non demenziale, caustico e dannatamente intelligente, il film riflette in maniera non banale sull’incapacità di prendere decisioni, da parte della classe media. Il film si scaglia proprio contro la fascia di popolazione più istruita, ancora giovane e promettente, coloro che si affacciano con idee nuove al mondo del lavoro, giovani famiglie e giovani professionisti, la spina dorsale di un sistema colto e progressista, che ascolta musica classica, beve vino rosso, scotch d’importazione e si riunisce a consumare brunch con gli amici. It’s a disaster viviseziona proprio uno di questi brunch, facendone deflagrare le dinamiche che sottendono i suoi partecipanti, tutti quanti, nessuno escluso, ammorbati da una fissità endemica, un’immobilità perniciosa e folle, sconfinante nella sardonica apatia. Ecco quindi che il mondo sull’orlo del collasso di It’s a disaster, viene passivamente subito dai suoi protagonisti, letteralmente impossibilitati a prendere decisioni. Anche di fronte alla fine, tutti, nessuno escluso, sono incapaci di fare la scelta più ovvia, frenati da una logica paralizzante e da tutte quelle sovrastrutture culturali che ne hanno complicato il naturale istinto di sopravvivenza. In questo il film funziona alla perfezione, riconsegnandoci l’immagine di un mondo terrificante, abitato da fantasmi abituati a subire le dicisioni di qualcun altro, speranzosi che le cose si risolvano da se, quasi per magia, costretti così ad attendere per sempre, annegando nell’ignavia e nell’apatia. It’s a disaster, il titolo, non si riferisce quindi probabilmente all’evento catastrofico, motore narrativo del film, in se, ma al vero e proprio disastro che ha compiuto e che continua a compiere la nostra sopravvalutata società, impegnata sempre e comunque a studiarsi l’ombelico, mentre il gran finale si sta già probabilmente svolgendo sotto i nostri occhi.

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TUTTI I SANTI GIORNI

locandinaVolendo cominciare a parlare di Tutti i santi giorni, bisogna ammettere in primo luogo, che l’ultima fatica di Paolo Virzì, ci fa stare dannatamente bene e questa non è sempre una buona notizia. Al di là del solito discorso sull’amore, ormai ogni film italiano sembra approdare proprio lì, nel placido litorale dell’amoroso sentire, quello che si agita sotto la superficie da cinema alternativo ed indipendente di questa pellicola, fin troppo osannata da tutti, è ben altro, qualcosa di strisciante, subdolo e pericolosamente mediocre. La parabola dei due ragazzi innamorati in una Roma matrigna e burina, abitata da fantasmi arroganti, ignoranti e violenti, funziona, ma lascia in bocca un compiacimento che a ben pensare, disturba. Assistendo alle gesta dei due protagonisti puri di cuore, lei si smarrirà per un momento, ma lui meravigliosamente determinato a perseguire sempre e comunque il giusto la riporterà sulla retta via, non si può fare a meno di pensare che noi, siamo proprio come loro, che i cattivi, i meleducati, gli incivili, gli italiani, siano gli altri, tutti gli altri. Guido il puro, l’eroe senza macchia, l’umile, il colto, l’eletto, colui che cita nomi e caratteristiche dei martiri e recita a memoria l’Inferno di Dante, è personaggio pericolosissimo nella sua pacata umiltà, perché capace di assolverci senza penitenza e pentimento da tutti i nostri peccati. Il messaggio strisciante sembra dunque essere quello, che la cultura ci eleva dalla massa burina e cattiva, aiutandoci a vivere la vita in punta di piedi, con levità, giudicando gli altri dall’alto della nostra privilegiata condizione di sognatori e filosofi. Povero Guido, quanto dovrà soffrire, per carità sempre con il sorriso sulle labbra, per riprendersi la sua amata, a dispetto di tutto e tutti, verrà picchiato, umiliato e sedotto, ma lui consapevole del proprio status di Uomo di Cultura tra una massa di decerebrati violenti, attraverserà ogni peripezia con cuore saldo e fede incrollabile, sicuro che dopo un immeritato martirio, alla fine trionferà. Ecco il vero problema, possiamo identificarci in Guido e credere che il problema siano i nostri vicini di casa, quelli che parcheggiano in doppia fila e che evadono le tasse, ma noi a loro siamo legati indissolubilmente e di certo non possiamo considerarci migliori , perché in fondo non siamo in grado di costruirci una vita ed un’identità slegata da ciò che siamo come società, come individui, come uomini di cultura o d’azione, che ci piaccia o no, abbiamo una responsabilità verso noi stessi, i nostri simili e questo paese, che è fin troppo facile da rappresentare come un’indistinta massa di pecoroni, di cui fingiamo di non far parte. Tutti i santi giorni ci assolve dal peccato originale di essere italiani, perdonandoci e facendoci guardare la realtà con l’antropologico distacco dello scienziato, intento a studiarne i bizzarri comportamenti, senza dover per forza sentirsi parte di essa. La cultura non basta, l’amore non basta, il martirio di ciò che siamo diventati va espiato tutti insieme, indissolubilmente uniti, indiscutibilmente fratelli, di un’Italia in cui nessuno sa, o vuol più riconoscersi.

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