WE’RE THE MILLERS

We're-The-Millers-PosterEcco uno di quei film che non ti aspetti. Di solito siamo portati a pensare che le risate più sane e divertite della nostra recente esperienza cinematografica ci giungano da qualche commedia indipendente e terribilmente scorretta, di solito appannaggio di attori come Jack Black o Seth Rogen, pensate quindi la mia sorpresa, quando mi sono ritrovato a ridere di gusto, fino al mal di pancia, grazie a Jennifer Aniston e Jason Sudeikis, in quella che per ora è una delle esperienze più spassose degli ultimi anni. Commedia che gioca come poche altre in maniera scorretta e scurrile sull’americanissimo concetto di famiglia, We’re the MILLERS (vi prego non usiamo il terrificante titolo italiano…) inanella una serie di trovate da antologia. Sequenze come quelle del taglio di capelli, del poliziotto messicano in cerca di una mazzetta, della notte in tenda con ménage allargato o del gioco dei mimi, rendono giustizia solo parzialmente al vulcanico e travolgente plot, che fin dai suoi presupposti (un piccolo spacciatore mette insieme una famiglia finta per poter passare indisturbato il confine con il Messico dove ha ritirato una grossa partita di droga) non lascerà indifferente nemmeno il più scettico tra gli spettatori. Merito della scrittura al fulmicotone con tempi comici serratissimi ed implacabili come un orologio, ottimamente orchestrati da un cast in forma splendida, capace di far detonare uno dopo l’altro tutti i luoghi comuni che di solito ammorbano questo tipo di pellicole familiari. Certo non siamo al cospetto di una rivoluzione, eppure la famiglia disfunzionale qui rappresentata, pur crogiolandosi nelle dolci pieghe di uno scontato happy end, non risparmia colpi pesanti e ben assestati ad una istituzione altrove sacra ed intoccabile, mostrandone i limiti, le ipocrisie, le debolezze e soprattutto i sordidi segreti. Largo quindi ai MILLERS, accozzaglia borderline di caratteri unici ed incontrollabili, generati dal caos che trovano realtà e sostanza proprio nel caos stesso, unico comun denominatore capace di dare un senso a sentimenti, pensieri e parole, che apparentemente sembrano non averne. Insomma, largo ai MILLERS, famiglia normale e speciale, esattamente come tutte le altre.

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TRANCE

Trance-PosterA suo modo, in una maniera personalissima, fallace e a tratti pacchiana, Danny Boyle è uno degli autori più interessanti che si siano affacciati al cinema recentemente. Fin dalla caustica e memorabile promessa di quell’ormai lontano Piccoli omicidi tra amici, promessa poi stramantenuta nel successivo cult Trainspotting, Boyle ha cercato di dar voce a storie grandi e piccole, senza mai perdere un grammo della sua idea di cinema. Soprattutto nelle pellicole meno riuscite, come il bistrattato Sunshine o questo già liquidato e dimenticato Trance appunto, Boyle è sempre riuscito ad imporre una visione mai banale, arrivando a rendere memorabili idee che in mano ad altri registi sarebbero state probabilmente banalizzate. Il viaggio nel mondo e nella mente del banditore d’asta James McAvoy non è un semplice gioco di scatole cinesi, identico a tanti altri, ma riesce ad andare oltre, ponendo lo spettatore di fronte ad una risoluzione non banale e assolutamente ribaltata, quasi amorale. Ecco dunque che il film racconta la storia più antica del mondo: un uomo incontra una donna… Forse prima di ogni altra cosa una storia di amore quindi, ma anche di avidità e di miseria umana, sentimenti che si mescolano e si confondono, contaminati ora dalla fantasia e ora dalle più ignobili bassezze ad esso correlati. Fuori di dubbio in questo senso, i personaggi più interessanti, e meno banali, risultano essere lo sfaccettato gangster di Vincent Cassell e soprattutto la meravigliosa, complessa, enigmatica e statuaria psichiatra a cui da volto e corpo Rosario Dawson. Danny Boyle gioca con noi e con il genere, arrivando a costruire un perfetto meccanismo che funziona a più livelli: come divertimento fine a se stesso e come riflessione sull’impossibilità di lasciarci alle spalle chi siamo e ciò che desideriamo veramente ad ogni costo. Trance non é il miglior thriller del secolo e non é nemmeno un film che verrà citato nei libri di scuola del cinema, eppure era da un po’ che non faceva capolino una pellicola così manifestamente ed innocentemente impegnata a raccontare e spiegare l’umana sofferenza che solo un amore scientemente sbagliato sa regalare al nostro cuore acciaccato e mai domo. Non è poco.

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MONSTERS UNIVERSITY

Monsters-University-Poster1C’è un momento in Monsters University, verso la fine, in cui sembra che gli eventi debbano prendere una piega leggermente più drammatica, più adulta, meno giocosa e decisamente catartica, ma poi quella scintilla si spegne e ci fa ripiombare nel canonico divertimento animato per famiglie. Se anche la Pixar non è più sinonimo di capolavoro, allora non c’è più speranza per nessuno e dobbiamo forse rassegnarci ad una lenta ma inesorabile estinzione del cinema, inteso come forma d’arte. Non è mia intenzione fare la Cassandra, ma è un fatto che Monsters University non assomiglia nemmeno lontanamente al suo antesignano, non solo, non riesce nemmeno a restituire la forza eversiva de Gli Incredibili, la poesia di Wall-e, il genio di Toy Story e l’adulta magia di Brave. Molto vicino al divertimento fine a se stesso di Cars 2, questo prequel non ha la forza di restare imprigionato nell’immaginario collettivo, cioè non possiede quella qualità essenziale che da sempre contraddistingue la produzione Pixar, in Monsters University infatti mancano il dramma e la tragedia sfiorata, in sola una parola, manca la crescita. Per carità lo spettacolo è di prim’ordine, l’animazione è ottima e alcuni passaggi sono  assolutamente spassosi, eppure la magia non riesce fino in fondo e la visione è rovinata da una vicenda troppo simile a tanto cinema già visto. Il vero problema sta forse nell’impossibilità di immedesimarsi in una vicenda divertente, ma sterile, che fa da ridondante contorno ai caratteri contrapposti dei due protagonisti principali, insopportabili nemici/amici, che non fanno nulla di più che raccogliere su di se gli stereotipi di un genere, quello di classici come Animal House, senza però conservarne la carica esplosiva, sovversiva ed anarcoide. Monsters University è quindi l’ennesimo buon film Pixar, adatto a tutte le età ma decisamente non memorabile, come molto, moltissimo cinema di quest’ultimo triste periodo. Un periodo in cui sequel, prequel, reboot e adattamenti strampalati sembrano farla da padroni incontrastati, mentre la voce sincera ed incantevole della fantasia sembra farsi più fievole ogni giorno di più.

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KICK ASS 2

kickass_two_xlgDa quando un vero e proprio terremoto come Kick Ass si è abbattuto sul nostro amato mondo di celluloide, di fatto ha cambiato le regole del gioco e niente è stato più come prima. Kick Ass, esattamente come il suo protagonista, ha dato il via ad un cambiamento nel mondo dei supereroi, nel nostro modo di guardarli e di intenderli come tali. Quando un film come questo appare sulla scena, dando vita ad un fenomeno di idolatria di massa, succedono due cose: la prima riguarda le pellicole che verranno, costrette a fare i conti con ciò che è stato e la seconda è ovviamente un sequel. Inevitabile quindi che Kick Ass 2 facesse presto o tardi capolino nelle nostre vite. Il momento è arrivato e finalmente, grazie alla dabbenaggine della distribuzione italiana, che come al solito ne ha sottovalutato il potenziale, ecco uscire anche in Italia, nella settimana di ferragosto la più desertificata dell’intero anno, questo tanto atteso sequel. Diciamolo subito, si tratta di un gran bel film, certo il primo gettava le basi di un’idea veramente geniale, ma bisogna dire che il suo sviluppo non lascerà deluso nessuno. Non perdendo un grammo della volgarità, della violenza e dell’umorismo del primo capitolo, questo Kick Ass 2 acquista maggior corpo e sostanza del suo predecessore, spostando il suo fulcro sulla crescita, sulla responsabilità e sulla follia. Più che mai infatti, viene qui sottolineata la pazzia che sottende il travestirsi da supereroe, la distonia che obnubila la mente di chi si stacca dalla realtà credendo di vivere un fumetto e l’amara importanza della responsabilità che il singolo ha nei confronti dei suoi simili. Eroi e non supereroi, grida il film a gran voce, la società ha bisogno di questo, di persone reali che facciano davvero la differenza. Ecco quindi che Kick Ass 2, soprattutto nella seconda parte, lascia da parte la goliardia e depone la risata, per lasciar spazio al dramma e alla vera tragedia. Le azioni che compiamo hanno sempre delle conseguenze, portare una maschera non ci tutela dalla vita vera, dal male, dall’uomo. Ecco dunque che Kick Ass 2 va dritto al punto, esacerbando, portando alle sue estreme conseguenze l’idea che lo sottende, mostrandoci ancora una volta in tutta la sua atroce banalità, il volto della sua prima vera protagonista, la follia. A spartirsi il podio, ecco che vediamo farsi largo, l’altra grande protagonista del film, la crescita, che soprattutto nel personaggio di Hit Girl prende corpo e vita, mettendoci di fronte ad una fragilità e ad una femminilità, delicate e spiazzanti. Crescere significa in fondo comprendersi ed accettarsi, ecco quindi che Chloe Moretz interpreta quei dubbi e quelle difficoltà che tutti conosciamo fin troppo bene, regalando al suo personaggio sfumature toccanti ed inedite, probabilmente molto personali, fatte per toccare il cuore di ognuno di noi. Va detto che Kick Ass 2 sa essere anche un ottimo film di genere, catartico al punto giusto e capace di regalarci un paio di sequenze veramente memorabili, ma è là, sul fronte del dramma, che il film funziona meglio, scostandosi dai suoi imitatori e scoraggiando i suoi detrattori, calcificando insomma il ricordo di se, fino a farlo diventare mito ed archetipo. Kick Ass 2, non sembra un sequel, ma piuttosto la seconda parte di una storia interrottasi troppo presto, un attimo prima di diventare allarmante, malata, sbagliata, malvagia e schifosamente umana.

Un consiglio: non andatevene prima della fine dei titoli di coda. Avrete una sorpresa.

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NOW YOU SEE ME

now_you_see_me_xlgNow you see me è il tipo di film che ti fa sentire bene. Come molte pellicole di questo tipo prima di questa, ci fa sentire inevitabilmente bene vedere i ricchi e i potenti truffati, dileggiati e derubati. Come accadeva fin dai tempi de La grande rapina al treno, passando per La stangata, fino ad arrivare alla celeberrima saga di Ocean, tutti questi film hanno in comune lo stesso meccanismo, che sottende il malcelato realizzarsi di un sogno verde come l’invidia, sempre lo stesso: vedere chi ha più di noi ridotto in ginocchio. Ora Now you see me, pellicola fenomeno dell’estate americana, fa leva in maniera alquanto furba sulle stesse emozioni, innescando nello spettatore il desiderio di conoscere e scoprire il trucco che si cela alla base della truffa. Se il film, come già detto, è fin troppo furbo nel regalare al pubblico esattamente quello che vuole, il modo in cui lo fa è piuttosto dozzinale. Mettendo in campo un cast all star a tratti fin troppo ridondante, il film cede alla spettacolarità, senza interrogarsi veramente sui motivi che lo sottendono. Contaminando ed annacquando una semplice e cristallina storia di vendetta con troppe chiacchiere a proposito di una fantomatica e machiavellica  organizzazione esoterica segreta, la pellicola si perde un po’ per strada nel tentativo di nobilitare e rendere misterioso un plot ben più semplice di quel che in realtà può sembrare. Fumo negli occhi che probabilmente avrebbe funzionato sul palco, ma che al cinema, dopo che lo spettatore si è accorto della sua pretestuosa inutilità, non fa altro che complicare inutilmente le cose, allungando inevitabilmente il brodo. L’errore più grossolano del film resta il già citato cast, risulta infatti impossibile identificarsi completamente e provare vera empatia per i saccenti e spocchiosi protagonisti, che affrontano la loro missione magica senza un briciolo di ironia, ironia che non mancava certo a Ocean e soci, non facendoci quindi mai temere nemmeno per un istante per le loro vite o per la riuscita del loro piano. I film come questo, ben più di altri,  devono creare un inganno e lo spettatore deve crederci perché il gioco funzioni, la pellicola e chi la guarda devono stringere un vero e proprio patto di solidarietà e fiducia, fiducia che non deve mai essere tradita, altrimenti tutto il lavoro fatto risulterà dimenticabile e futile. Now you see me, non riesce a risultare pienamente simpatico perché i maghi protagonisti sembrano più dei supereroi che delle persone normali in cui sarebbe più facile riconoscersi, la loro mancanza di umanità spaventa e destabilizza lo spettatore, che alla fine della visione risulta semplicemente frastornato e un po’ confuso. Per concludere e tornando ai motivi che ci fanno stare bene dopo aver visto un film come questo, in cui coloro che hanno tanto vengono alleggeriti dal fardello della loro ricchezza da coloro che hanno poco, non resta che fare un’ultima annotazione che ha inevitabilmente a che fare con la prospettiva. Finita la visione col sorriso sulle labbra e contenti di aver assistito ad una classica storia alla Robin Hood, viene da chiedersi se una volta tornati a casa troveremo ancora il nostro iPod, il nostro iPad e tutte le altre cose di cui ci siamo circondati. Forse qualcuno più furbo di noi ha deciso che anche la nostra ricchezza andava ridistribuita e forse a quel punto il nostro sorriso compiaciuto è destinato a morire sulle nostre labbra. La morale è presto detta: un giorno ci potremmo accorgere che i più ricchi siamo proprio noi, ingenui ed avidi accumulatori compulsivi di superflui oggetti privi di vita. Prospettiva.

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THIS IS THE END

This-Is-The-End-PosterFolle. Mentre scorrono i titoli di coda di questo strampalato film, un’unica parola affiora sulle labbra: folle. Appunto. Non solo è folle l’idea di una fine del mondo vista come una un’apocalisse biblica dai contorni surreali, ma ad essere completamente fuori di testa in questo film è il meccanismo meta-cinematografico che lo sottende. Gli attori protagonisti interpretato infatti loro stessi e bisogna dire che una fine dei giorni vista attraverso gli occhi di un manipolo di eroi della celluloide ha quantomeno del geniale. La cosa straordinaria del film infatti è la meschinità terribilmente terra terra con cui vengono umanizzati questi volti notissimi, che tutti noi abbiamo imparato ad amare. Colpi bassi, codardia, opportunismo, ipocrisia e vera e propria cattiveria, tutti tratti distintivi della peggior umanità e riscontrabili in ciascuno degli attori protagonisti, creando così un interessante corto circuito cinematografico. Se in un film di questo tipo infatti ci si aspetta che alcuni nobili valori positivi spicchino, magari veicolati proprio dai volti noti dei protagonisti, qui la meschinità regna sovrana e tutto ciò che viene fatto o detto, ha un secondo fine, prettamente egoistico. Il film poi dal canto suo, regala alcune sequenze memorabili, attimi di cinema surreale e grottesco che sono difficili da rimuovere, così intrisi di umana dabbenaggine e di cinematografico citazionismo. Il risultato è una pellicola folle, come già detto, ma anche estremamente nostalgica, piena zeppa di quella cinefilia spicciola e sgangherata, propria della generazione dei trenta-quarantenni di cui anche i protagonisti fanno parte. Viene alla mente Il grande freddo di Kasdan, anche se i toni sono ovviamente opposti, mai dimenticata pellicola che ci mostrava l’ipocrisia che sottende i rapporti umani, la loro fragilità e l’innata capacità dell’essere umano di giustificare la propria meschina natura. This is the end è tutto questo, umorismo, cinefilia da bancarella e cinematografico manifesto di umana bassezza, non è poco per un prodotto di Hollywood che passa per semplice commedia. La sequenza finale in paradiso poi, insieme a ciò che immediatamente la precede, vale da sola il prezzo del biglietto.

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THE PURGE

the-purge-posterSe dovessi credere a tutto quello che sento e leggo in rete, probabilmente il mio destino di spettatore sarebbe segnato da due enormi macro categorie: i capolavori e l’immondizia. Da sempre cerco di farmi un’opinione personale e soprattutto sono assolutamente convinto che le sfumature aiutino a vivere il cinema in maniera più equa, dignitosa e giusta. Non è affatto così banale come è stato dipinto The Purge, disprezzato e dileggiato quasi all’unanimità, anzi, sotto la cenere a grana grossa del genere, a saper ben guardare giace ben altro. Non lasciamoci ingannare dallo spunto intrigante (una società che per far fronte alla crisi economica e alla violenza dilaganti, decide di sospendere la legge per 12 ore l’anno, ore in cui ogni cosa è permessa compreso l’omicidio), il film va ben oltre questa semplice idea e quella che potrebbe sembrare una banale pellicola di assedio domestico, si trasforma presto in una cinica riflessione su di un futuro più che possibile, diretta conseguenza di un modo di pensare spesso fin troppo condiviso. Il modo in cui viene intesa questa sospensione della legge e dell’ordine, ha risvolti socialmente agghiaccianti: i ricchi si tutelano con sistemi d’allarme sofisticati e costosissimi, mentre ai poveri, ai reietti e ai relitti della società, non resta che scappare, nascondersi e pregare. The Purge propone una soluzione semplice e paradossale, una resurrezione economica eliminando i “pesi morti” della società, cioè quegli sprechi rappresentati da chi non produce ricchezza, ma al contrario la fa spendere alla società che li sostiene. Ecco quindi che il film, in modo sottile, quasi strisciante, infilando qua e là una mezza frase allarmante, una telefonata alla radio o uno stralcio di talk show televisivo, va a delineare i limiti di un modo di vivere che ha trovato la soluzione sbagliata, arrivando a sacrificare la parte più importante di una società civile, l’umanità che la sottende. Ambientato sapientemente in un futuro praticamente identico al nostro, un domani in cui il secondo emendamento non solo è condiviso, ma addirittura estremizzato, The Purge colpisce al cuore, sollevando parecchie domande e facendo esattamente quello che il genere al suo meglio deve fare: intrattenere facendo pensare. Mimetizzandosi perfettamente dietro una trama assai convenzionale, questa camaleontica pellicola colpisce forte e duro, dapprima limitandosi a preparare il campo di battaglia, per poi dedicarsi a far deflagrare una ad una tutte le convenzioni sociali, portandole alle loro estreme conseguenze. Non c’è luce in fondo al tunnel di The Purge, l’epifania e la catarsi si pagano salatissime, al mondo non resta che raccontare il nulla, mentre alcuni folli si preparano ad organizzare inutuli, ipocrite e patetiche veglie di preghiera, probabilmente in memoria di un’umanità, ormai definitivamente smarritasi.

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