THE BUTLER

ButlerArtisticPosterNewfinal590full2A cominciare da quella ingenua e fin troppo irritante voce fuori campo che ci accompagnerà fin dal primo istante, The butler è un film sbagliato sotto molti punti di vista. Fatto per piacere prevalentemente al pubblico americano, portatore sano di un senso di colpa grande come il Montana, The butler pecca di troppe ingenuità, senza decollare veramente mai. Le lotte per i diritti civili, i freedom bus, le proteste passive… la pellicola mette tantissima carne al fuoco, soffocandola abbondantemente e poco sapientemente in una confusa sarabanda di ingombranti e fugaci apparizioni dei leader politici che si sono avvicendati alla guida del paese. Una sprecata folla di attori e caratteristi che non lasciano mai il segno e di cui si fatica veramente a ricordare i nomi, vista la loro impalpabile inconsistenza. Quello che quindi doveva essere un delicato apologo su di un maggiordomo nero al servizio della Casa Bianca, si trasforma velocemente in una confusa parata di volti, inanellando suggestioni di grana grossa e riflessioni di una banalità sconcertante. Solo in un momento il film si fa seriamente lucido e vero, quando riflette sul ruolo silenziosamente sovversivo della servitù nera al servizio del potere bianco, un ragionamento in se piuttosto acuto ed inedito, unico spiraglio di luce  in una tenebra fatta di luoghi comuni e piattume. Il problema è che The butler fallisce nel ritrarre in maniera credibile il complesso universo del lavorare a servizio (la serie Downton Abbey e Quel che resta del giorno di Ivory, per citare un paio di esempi eccellenti, sono lontani anni luce) e cade rovinosamente nella maniera quando decide di fotografare l’evoluzione di un’epoca. Ben prima di questo film, altre pellicole hanno scavato nel cuore nero e gravido di sangue del paese delle libertà presunte, vengono alla mente i nomi di Alan Parker, Spike Lee e Quentin Tarantino, giusto per citare alcuni esempi altisonanti, ma al confronto di questa confusa e pasticciata parata di star, anche Porky’s 2 ha saputo fare meglio, con il suo attacco diretto al razzismo, all’intolleranza e perfino al Ku Klux Klan. Qualcuno potrebbe obbiettare che il film non sia poi così tragico come lo si dipinge e forse in questa affermazione c’è del vero, ma la fugacità con cui appaiono e scompaiono personaggi principali e comparse (Terrence Howard e Mariah Carrey su tutti), l’approssimazione con cui si pretende di descrivere un periodo storico o un’ideologia grazie ad un taglio di capelli o un improbabile capo d’abbigliamento ed infine il costante mood agiografico che non ci risparmia nemmeno un finale a suon di Obama e senilità assortite, relegano The butler nel purgatorio delle pellicole che hanno molto da farsi perdonare… La cosa che dispiace di più poi, è vedere che a far le spese di tanta colpevole approssimazione, è il delicato e contrapposto rapporto tra un padre e un figlio, qui trattato con una delicatezza degna della peggior soap opera.

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FROZEN

Frozen-Fanmade-Poster-frozen-34911695-319-451Una delle cose di cui ero abbastanza sicuro, almeno da qualche anno a questa parte, era la qualità dell’animazione. Consapevole del progressivo smarrimento del cinema per adulti, escludendo ovviamente quello d’autore (difficilmente tra questa pagine preso da me in considerazione in quanto ritengo più interessante proporre riflessioni su titoli più commerciali o a volte invisibili), devo ammettere che negli anni più di una volta ho trovato rifugio nelle meraviglie animate che Pixar e soci mi hanno saputo regalare. Se la passata stagione ho potuto contare su titoli come Brave, Frankenweenie, Paranorman, I Croods e Le 5 leggende, bisogna dire che la presente stagione ha deluso ampiamente ogni aspettativa. Titoli come il fiacco Monsters Academy, l’imbarazzante Turbo e l’impresentabile Cattivissimo Me 2, hanno completamente gettato nello sconforto il vostro affezionatissimo, svuotandolo di ogni certezza e lasciandolo tremante, in un angolo, a brancolare nel buio dell’ignoranza cinematografica più manifesta e totale. Quando però tutto sembrava ormai perduto ecco arrivare Frozen, nuova fatica Disney e film come non se ne vedevano ormai da tanto, troppo tempo. Impossibile sorvolare sulla straordinaria qualità dell’animazione, talmente immersiva e coinvolgente da lasciare senza parole, come risulta altrettanto impensabile non entusiasmarsi per una sceneggiatura bella e soprattutto complessa, ricca di sfumature adulte e riflessioni che vanno ben al di là della solita storia d’amore alla Disney. Il rapporto tra le due sorelle protagoniste, vero cardine su cui gira l’intera vicenda, è di una complessità e di una profondità che lascia interdetti, così come la relazione che si va ad instaurare tra la principessa Anna e un altro personaggio, di cui non rivelerò l’identità, affonda la propria natura nell’ipocrisia e nell’opportunismo, sentimenti alieni e difficili da comprendere per il pubblico a cui si rivolge il film.  Poi ci sono le canzoni. Da anni ormai, bisogna tornare indietro allo straordinario La principessa e il ranocchio, l’animazione non ci regalava una tale pletora di pezzi così ben riusciti e coinvolgenti. Non è affatto un caso che la sequenza più bella del film sia musicale, complessa e coinvolgente, la meravigliosa Let it go (in italiano All’alba sorgerò) eseguita dalla divina Idina Menzel, ci regala un momento di cinema e di musica indimenticabile, capace davvero di farci piangere come vitelli. Frozen è questo e vive su questo, sopra un delicato equilibrio, fragile come il ghiaccio,  tra animazione, narrazione adulta e musica, intelligenti tratti distintivi di un film che non ha età, perché probabilmente vive e ci fa vivere fuori dal tempo e dallo spazio, sovrano assoluto però, di una zona franca che alberga nel cuore di ognuno di noi.

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ABOUT TIME

about-time-posterAbout time, recita il titolo originale, ma potremmo dire: about cinema. Non fate l’errore di sottovalutare questo gioiellino, intriso di diafane riflessioni sulla vita, le scelte e il tempo che ci viene concesso, in troppi hanno liquidato questo film come banale commedia romantica. Pur essendo in parte d’accordo, devo per forza storcere il naso al cospetto di una definizione così elementare e superficiale, che tiene inevitabilmente forse conto della forma, senza valutare invece una sostanza costruita di vere aspirazioni e reali meriti. Questione di tempo, parte come la più classica delle commedie romantiche britanniche, costellata di personaggi singolari, trovate intelligenti (tra cui ovviamente quella che rappresenta il motore narrativo dell’intera vicenda) e un zuccheroso profumo di amorose offerte, non troppo diverso quindi dai suoi illustri predecessori, veri capisaldi di ogni gentil donzella dal cuore palpitante. Eppure ad un certo punto, indicativamente verso la sua metà, la pellicola prende una direzione diversa, mentre noi spettatori ci accorgiamo che da quel momento in poi sullo schermo scorre una storia diversa, più sfumata, intima e delicata, che parla sì d’ amore, ma anche di vita, scelte, sacrificio e tempo, insomma con sorpresa ci si accorge che quel film che sembrava così lineare e quasi banale, si rivolge direttamente a ciascuno di noi. Ecco dunque che torniamo all’assunto di partenza, perché quando una storia diventa universale, senza paura di prendere direzioni diverse, operando scelte che potrebbero scontentare qualcuno, allora quello si chiama cinema. Non fraintendetemi, non siamo al cospetto di una pellicola rigorosa e rivoluzionaria, siamo sempre nel regno della commedia romantica, eppure era fin troppo facile sfruttare in maniera pedissequa e stancante il pur interessante canovaccio, magari generando esilaranti paradossi tanto cari alle atmosfere della commedia più triviale, mentre al contrario si nota un pizzico di sano ed onorevole coraggio, nel proporre qualcosa che va veramente al di là delle solite logiche, cercando di elevare la storia e facendola finalmente vagare libera verso vette di commovente empatia. Dopotutto il cinema, soprattutto quello di intrattenimento, non è ancora tutto uguale, feroce e ferito stereotipo, appannaggio di sceneggiature fast food, scritte, riscritte e revisionate da fin troppe menti, capaci in questi ultimi anni, e più “invecchio” e più tutto questo mi appare manifesto e lampante, di creare veri e propri mostri senz’anima, voraci, stupidi e quel che è peggio, dannatamente dimenticabili. About time sembra dirci che il tempo, il nostro tempo, è troppo poco per sprecarlo guardando brutti film.

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PRISONERS

prisoners-posterEcco uno di quei film da detestare, da tener lontani, da dileggiare perfino. Prisoners non mostra nulla di nuovo con la sua logica ormai logora dell’uomo per bene, magari padre di famiglia, che si trasforma progressivamente in mostro, smarrendo la propria umanità a causa di circostanze straordinariamente ostili e comprensibili. Una discesa negli inferi dell’umano sentire (e agire) che abbiamo visto fin troppo spesso, e che rappresenta la vera pietra angolare di un genere, il rape & revenge appunto. Prisoners però vorrebbe essere più sottile, più complesso, non abbraccia totalmente il genere, non si abbandona ad esso e il risultato è, a voler esser onesti, un discreto episodio di Criminal Minds della durata di due ore e mezza. Fin qui niente di male, il cinema americano ci ha abituato a ben altro e se la pellicola fosse accompagnata da una bella catarsi, allora i conti tornerebbero comunque, purtroppo però la sceneggiatura, soprattutto nella parte finale, inciampa e cade talmente tante volte, da suscitare dapprima pietà, poi vera e propria indignazione. Vista la totale dabbenaggine della cosa e visto che ritengo che un tale mucchio di baggianate vada urlato a tutti, perché ne stiano alla larga, ho deciso di infrangere una delle mie regole auree e usare un po’ di spoiler. Pronti? Vado. INIZIO SPOILER Quando il padre intuisce l’identità del serial killer non va dalla polizia, anzi scappa agli agenti che lo vorrebbero bloccare per recarsi tutto solo nella tana del colpevole. Una volta giunto là si farà catturare come un ebete e senza una vera apparente ragione si farà rinchiudere sotto terra, dove verrà lasciato, ferito e copiosamente sanguinante, a morir di fame. Il detective invece giunto alla casa del folle per altri motivi, troverà la porta aperta ed entrando coglierà di sorpresa il maniaco mentre sta per uccidere una delle bambine rapite (interessante notare che stiamo parlando di qualcuno che è sfuggito alla giustizia per circa trent’anni ma che in questa particolare occasione ha deciso di lasciare l’uscio di casa alla mercé di chiunque). Non finisce qui, infatti il poliziotto ferito, con la vista annebbiata dal sangue e con la bambina in fin di vita, in una delle notti più terribili dell’anno (è in atto una vera e propria tormenta) non chiama un’ambulanza, ma decide di recarsi egli stesso all’ospedale in auto. In conclusione, passati giorni, forse settimane, il film lascia intendere che il padre, rinchiuso nel ventre della terra fin troppi giorni prima, senza nulla da mangiare e ferito, drogato e in preda al gelo dell’inverno, sia miracolosamente sopravvissuto. FINE SPOILER. Ecco il vero problema di un film che si regge sulla convincente interpretazione di almeno quattro bravi attori, ma che si perde in un bicchier d’acqua, commettendo errori di scrittura enormi e grossolani. Dirò di più, quello che davvero non riesco a comprendere é il motivo per cui un regista si sia potuto piegare a girare tutto ciò, senza battere ciglio e sollevare obiezioni. Ecco quindi che appare ormai manifesto, come il cinema americano di oggi, non solo quello purtroppo, non riesca più a regalarci dei veri e propri autori, registi cioè, che lottano per far sentire la propria voce attraverso la loro poetica. Le pellicole vengono decise a tavolino, magari con l’aiuto del pubblico e dei social network. Niente di più sbagliato, il cinema è visione, sogno ed interpretazione di un’idea ben più alta, che va al di là dell’intrattenimento, per farsi pellicola, sguardi e luce attraverso le immagini pensate da un autore. Prisoners é talmente intriso della logica che ormai sottende il mondo della serialità televisiva, da dimenticare il cinema, le sue regole, la sua plausibilità, la sua forza e soprattutto i suoi spettatori, almeno coloro tra quelli, che hanno conservato intatto un minimo del loro discernimento.

P.S. Un grazie di cuore a Davide e a Marilù, che con le loro domande e il loro entusiasmo, hanno contagiato questo vecchio dinosauro che si era un po’ smarrito, facendolo dunque tornare alla tastiera dopo una fin troppo prolungata assenza. Grazie ancora, di cuore.

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WE’RE THE MILLERS

We're-The-Millers-PosterEcco uno di quei film che non ti aspetti. Di solito siamo portati a pensare che le risate più sane e divertite della nostra recente esperienza cinematografica ci giungano da qualche commedia indipendente e terribilmente scorretta, di solito appannaggio di attori come Jack Black o Seth Rogen, pensate quindi la mia sorpresa, quando mi sono ritrovato a ridere di gusto, fino al mal di pancia, grazie a Jennifer Aniston e Jason Sudeikis, in quella che per ora è una delle esperienze più spassose degli ultimi anni. Commedia che gioca come poche altre in maniera scorretta e scurrile sull’americanissimo concetto di famiglia, We’re the MILLERS (vi prego non usiamo il terrificante titolo italiano…) inanella una serie di trovate da antologia. Sequenze come quelle del taglio di capelli, del poliziotto messicano in cerca di una mazzetta, della notte in tenda con ménage allargato o del gioco dei mimi, rendono giustizia solo parzialmente al vulcanico e travolgente plot, che fin dai suoi presupposti (un piccolo spacciatore mette insieme una famiglia finta per poter passare indisturbato il confine con il Messico dove ha ritirato una grossa partita di droga) non lascerà indifferente nemmeno il più scettico tra gli spettatori. Merito della scrittura al fulmicotone con tempi comici serratissimi ed implacabili come un orologio, ottimamente orchestrati da un cast in forma splendida, capace di far detonare uno dopo l’altro tutti i luoghi comuni che di solito ammorbano questo tipo di pellicole familiari. Certo non siamo al cospetto di una rivoluzione, eppure la famiglia disfunzionale qui rappresentata, pur crogiolandosi nelle dolci pieghe di uno scontato happy end, non risparmia colpi pesanti e ben assestati ad una istituzione altrove sacra ed intoccabile, mostrandone i limiti, le ipocrisie, le debolezze e soprattutto i sordidi segreti. Largo quindi ai MILLERS, accozzaglia borderline di caratteri unici ed incontrollabili, generati dal caos che trovano realtà e sostanza proprio nel caos stesso, unico comun denominatore capace di dare un senso a sentimenti, pensieri e parole, che apparentemente sembrano non averne. Insomma, largo ai MILLERS, famiglia normale e speciale, esattamente come tutte le altre.

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TRANCE

Trance-PosterA suo modo, in una maniera personalissima, fallace e a tratti pacchiana, Danny Boyle è uno degli autori più interessanti che si siano affacciati al cinema recentemente. Fin dalla caustica e memorabile promessa di quell’ormai lontano Piccoli omicidi tra amici, promessa poi stramantenuta nel successivo cult Trainspotting, Boyle ha cercato di dar voce a storie grandi e piccole, senza mai perdere un grammo della sua idea di cinema. Soprattutto nelle pellicole meno riuscite, come il bistrattato Sunshine o questo già liquidato e dimenticato Trance appunto, Boyle è sempre riuscito ad imporre una visione mai banale, arrivando a rendere memorabili idee che in mano ad altri registi sarebbero state probabilmente banalizzate. Il viaggio nel mondo e nella mente del banditore d’asta James McAvoy non è un semplice gioco di scatole cinesi, identico a tanti altri, ma riesce ad andare oltre, ponendo lo spettatore di fronte ad una risoluzione non banale e assolutamente ribaltata, quasi amorale. Ecco dunque che il film racconta la storia più antica del mondo: un uomo incontra una donna… Forse prima di ogni altra cosa una storia di amore quindi, ma anche di avidità e di miseria umana, sentimenti che si mescolano e si confondono, contaminati ora dalla fantasia e ora dalle più ignobili bassezze ad esso correlati. Fuori di dubbio in questo senso, i personaggi più interessanti, e meno banali, risultano essere lo sfaccettato gangster di Vincent Cassell e soprattutto la meravigliosa, complessa, enigmatica e statuaria psichiatra a cui da volto e corpo Rosario Dawson. Danny Boyle gioca con noi e con il genere, arrivando a costruire un perfetto meccanismo che funziona a più livelli: come divertimento fine a se stesso e come riflessione sull’impossibilità di lasciarci alle spalle chi siamo e ciò che desideriamo veramente ad ogni costo. Trance non é il miglior thriller del secolo e non é nemmeno un film che verrà citato nei libri di scuola del cinema, eppure era da un po’ che non faceva capolino una pellicola così manifestamente ed innocentemente impegnata a raccontare e spiegare l’umana sofferenza che solo un amore scientemente sbagliato sa regalare al nostro cuore acciaccato e mai domo. Non è poco.

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MONSTERS UNIVERSITY

Monsters-University-Poster1C’è un momento in Monsters University, verso la fine, in cui sembra che gli eventi debbano prendere una piega leggermente più drammatica, più adulta, meno giocosa e decisamente catartica, ma poi quella scintilla si spegne e ci fa ripiombare nel canonico divertimento animato per famiglie. Se anche la Pixar non è più sinonimo di capolavoro, allora non c’è più speranza per nessuno e dobbiamo forse rassegnarci ad una lenta ma inesorabile estinzione del cinema, inteso come forma d’arte. Non è mia intenzione fare la Cassandra, ma è un fatto che Monsters University non assomiglia nemmeno lontanamente al suo antesignano, non solo, non riesce nemmeno a restituire la forza eversiva de Gli Incredibili, la poesia di Wall-e, il genio di Toy Story e l’adulta magia di Brave. Molto vicino al divertimento fine a se stesso di Cars 2, questo prequel non ha la forza di restare imprigionato nell’immaginario collettivo, cioè non possiede quella qualità essenziale che da sempre contraddistingue la produzione Pixar, in Monsters University infatti mancano il dramma e la tragedia sfiorata, in sola una parola, manca la crescita. Per carità lo spettacolo è di prim’ordine, l’animazione è ottima e alcuni passaggi sono  assolutamente spassosi, eppure la magia non riesce fino in fondo e la visione è rovinata da una vicenda troppo simile a tanto cinema già visto. Il vero problema sta forse nell’impossibilità di immedesimarsi in una vicenda divertente, ma sterile, che fa da ridondante contorno ai caratteri contrapposti dei due protagonisti principali, insopportabili nemici/amici, che non fanno nulla di più che raccogliere su di se gli stereotipi di un genere, quello di classici come Animal House, senza però conservarne la carica esplosiva, sovversiva ed anarcoide. Monsters University è quindi l’ennesimo buon film Pixar, adatto a tutte le età ma decisamente non memorabile, come molto, moltissimo cinema di quest’ultimo triste periodo. Un periodo in cui sequel, prequel, reboot e adattamenti strampalati sembrano farla da padroni incontrastati, mentre la voce sincera ed incantevole della fantasia sembra farsi più fievole ogni giorno di più.

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