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ANARCHIA: LA NOTTE DEL GIUDIZIO

downloadLA SEQUENZA/ANIMA DEL FILM: I nostri provati protagonisti, durante la loro fuga, passano per un deserto Financial District e incatenato sul portone d’accesso di una grande banca trovano il cadavere di un uomo. Sul petto un cartello, scritto probabilmente con il suo sangue, recita: “Costui ha rubato i soldi delle nostre pensioni, ora ha finalmente pagato per i suoi peccati. Possa bruciare all’inferno.” Più chiaro di così…

Anarchia: La notte del giudizio è il sequel di un bel film dall’anima carpenteriana che l’anno passato era piaciuto a me e ad altri 5, compresi i genitori del regista. In un futuro più che prossimo, una volta all’anno per 12 ore, ogni crimine è legale. Questa cosa, chiamata SFOGO, serve a  contenere la violenza, che resta illegale per il resto dell’anno, ma soprattutto è utile per calmierare i costi, infatti a far le spese di questa aberrante iniziativa sono soprattutto i poveri e gli indigenti, coloro cioè che non hanno la possibilità di difendersi adeguatamente contro l’onda di violenza che si scatena in quella notte. Se il primo film, per ragioni di ispirazione e di budget, chiudeva sapientemente tutto tra le quattro mura di un’abitazione, il capitolo secondo arriva ad osare molto di più, andando decisamente contro ogni logica produttiva e di buon senso, aumentando cioè la critica a certa e tanta America, profondamente conservatrice ed ignorante. Incredibile ma vero, questo Anarchia, azzarda una serie di sequenze di una durezza politica e psicologica a dir poco sfacciata: un cecchino sopra ad un tetto sproloquia sul Padre, il Figlio e lo Spirito Santo paragonandoli ad armi da fuoco (cosa che nell’America iper Cristiana di oggi equivale ad una vera e propria bestemmia); squadre della morte governative armate fino ai denti irrompono nelle abitazioni popolari dando una mano all’eliminazione dei più poveri; uno dei comprimari, una specie di leader rivoluzionario, afferma addirittura che “è giunto il momento in cui i poveracci imbraccino le armi contro i ricchi” e così via di questo passo tra un’idea semplicemente sovversiva e un dialogo palesemente socialista.

Film molto più complesso di quel che può sembrare, intriso di politica e a volte fin troppo scolastico nei messaggi  che va veicolando, ma certo pubblico decerebrato ne ha probabilmente bisogno, da apparire quasi ingenuo, Anarchia sembra una pellicola senza tempo, sbucata da un passato ormai remoto. La sensazione è infatti quella di trovarsi al cospetto di un film sbucato fuori da quei gloriosi anni ‘70 in cui a Hollywood si producevano pellicole in grado di far ancora pensare. Anarchia ha il grande dono di unire il genere più sanguigno e appunto carpenteriano (l’eco delle opere del maestro si fa sentire forte e chiaro) ad un messaggio molto preciso ed attuale, riuscendo così a descrivere il mondo che ci circonda molto meglio di quello che fanno certe pretenziose opere da Sundance. Il genere, non mi stancherò mai di ripeterlo, è il mezzo perfetto per veicolare una riflessione seria sulla società che ci circonda, molto più di tanto cinema ritenuto drammatico o elevato. Nulla in realtà mi regala più piacere di vedere un film che estremizza una parte della realtà, creando così qualcosa che è cinema al 100% ma che contemporaneamente mette al lavoro i miei sonnecchianti neuroni.

A farci riflettere tutti, amaramente, basterebbe la sequenza in cui un vecchio genitore decide di immolarsi a beneficio di una famiglia ricchissima, desideroso di assicurare ai suoi cari, preda dell’indigenza, un assegno cospicuo; una scena che ha qualcosa di anarchico e scardinante, sia per il messaggio che manda, sia per la sacralità con cui viene orchestrata la sua messa in scena. Una sequenza simile riesce a colpire il cuore e i nervi anche dello spettatore più smaliziato, imbastardito da tanto cinema muscolare, infantile e profondamente sbagliato. Di solito infatti si è portati a pensare che sicuramente la situazione si risolverà diversamente, per il meglio, che non si giungerà mai al temuto dunque, perché in cuor nostro siamo convinti che presto o tardi farà la sua apparizione un deus ex machina pronto a volgere al meglio la dolorosa situazione. Anarchia non ha intenzione di concedere ne tregua, ne la ben minima consolazione, cedendo solo nella parte finale ad una logica più scontata e fondamentalmente buonista, probabile pegno da pagare per evitare di veder fuggire a gambe levate ogni produzione a stelle e strisce nel raggio di parecchie miglia.

Anarchia è un film di genere imperfetto, probabilmente disturbante e sicuramente violento, molti lo odieranno, liquidando il pesante sottotesto politico come accessorio e ridondante, ma la speranza è che qualcuno lo ami e lo difenda, capendone l’importanza ed il coraggio, arrivando così ad apprezzarne le ingenuità e i difetti, perdonabili punti deboli di un’opera anacronistica, attualissima, personale e polemicamente stimolante. Non è poco.

 

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TRANSFORMERS 4: L’ERA DELL’ESTINZIONE

transformers-age-of-extinction-posterPerdonatemi, sono davvero stanco. Mi sono ripromesso qualche tempo fa di non cedere al facile entusiasmo di criticare film pessimi, pratica fin troppo facile e diffusa che non fa altro che nutrire a dismisura l’ego di chi legge e di chi scrive, ma la mia decisione di recensire principalmente pellicole perlomeno interessanti, mi ha portato a ridurre i miei post ad una frequenza da contagocce. E’ dunque ora di disseppellire l’ascia di guerra e di occuparsi anche della merda che invariabilmente ed  inequivocabilmente intasa le nostre “amate” multisale. Ovviamente si comincia da quel pezzente incapace di Michael Bay.

LA SEQUENZA/ANIMA DEL FILM: Un cinema diroccato, abitato dai fantasmi di ciò che fu, il fin troppo aitante padre coraggio Mark Wahlberg, affiancato dal suo assistente deficiente ne varcano le porte e fin da subito si trovano di fronte ad un’aria di disfacimento e vecchiume. In mezzo a vecchie locandine di vecchi film interpretati da vecchi attori che oggi sono ormai morti, l’anziano padrone della sala vaneggia, delirando sui titoli del passato, quando il cinema era ancora grande. Whalberg e socio, trattano l’anziano signore come un povero ritardato, prima lo blandiscono e poi finiscono per giocare a football in una platea ormai ridotta a discarica, ricettacolo di ciarpame, vecchiume e morte.

Ecco il cinema di Michael Bay sintetizzato in una sequenza di 4 minuti: cinema ipertrofico, spocchioso, sconclusionato, che si fa beffe dei classici, prechè pensa di valere di più mentre a ben guardare l’intera titanica durata di Transformers 4 (quasi tre ore) non vale una sola inquadratura del cinema classico che dileggia. “Ora il cinema sono io!” sembra urlare Bay, ovviamente al rallentatore, mentre milioni di dollari vengono buttati nel dimenticatoio ad ogni posa del suo pantagruelico e sconclusionato film. Cattivi che diventano fin troppo buoni, battute sarcastiche ad ogni sospiro, ritmo talmente forsennato da causare attacchi epilettici, il solito uso smodato del ralenti, i soliti elicotteri che volano al tramonto, i soliti combattimenti interminabili, dinosauri robot di provenienza ignota, spade fiammeggianti, bandiere a stelle e strisce che garriscono nel vento, una strisciante spruzzata di misoginia unita ad una malsana paranoia genitoriale condita da un’orgogliosa rivendicazione della verginità come valore assoluto oltre ogni limite di decenza e realismo e poi tanto, tantissimo fumo e poco, pochissimo arrosto.

Eppure senza dover cercare altrove, l’ipertrofico Michael Bay è tutto in quella sequenza all’apparenza innocua appena descritta, una scena da cui capiamo tanto del suo modo di pensare e fare il cinema. Nel far apparire quell’anziano gestore di sogni, come un pazzo sconclusionato che parla da solo, c’è un’arroganza e un pressapochismo che difficilmente salveranno Bay (e il suo conpagno di merende Zack “300” Snyder) dalle fiamme dell’inferno. Pensare che il cinema classico sia superato ed antico è un’affezione tipica di oggi, momento storico assai delicato in cui in tanti sono fin troppo intenti a contemplare se stessi attraverso un profilo di facebook. Oggi ritenere che un film in bianco e nero sia da disprezzare solo per il fatto che è carente sul fronte del colore, significa avere dei serissimi problemi, non capire nulla di cinema e probabilmente molto poco della vita in generale. Purtroppo fin troppo spesso si dimentica che il cinema è un’arte (la settima) e come tale va giudicata. Ora io mi rendo perfettamente conto che la tendenza comune e attualmente di moda, porti questa decerebrata società deviata a veicolare principalmente film di supereroi o di Checco Zalone, come non ho nulla in contrario che qualcuno faccia di queste pellicole indecenti la propria dieta ferrea; quello che però non riesco a tollerare, ne francamente a capire, è come sia possibile che ci si permetta di giudicare senza avere le basi il cinema del passato, ritenendolo superato, lento e da evitare come una brutta malattia. Hichcock, Welles, Chaplin, Kubrick, Fellini, Antonioni, Bunuel e Wilder, il loro cinema è diventato sinonimo di vecchio, di superato, di antico da lasciarsi alle spalle, mentre a saper guardare c’è molta più libertà, impudenza, provocazione e modernità negli ultimi 30 secondi di A qualcuno piace caldo di tutti i Vacanze a Vaffanculo che verranno prodotti da qui all’eternità.

Purtroppo spesso il problema sta in chi guarda, probabilmente a volte non si hanno i mezzi per capire, decodificare ed apprezzare quella che a tutti gli effetti è la forma d’arte più immediata e popolare di tutte. Socrate diceva: Io so di non sapere. Ecco oggi nessuno ammette più di non sapere, tutti si sentono in grado di sapere tutto, forse anche per colpa del mezzo che io stesso sto utilizzando, si è smarrita l’umiltà di alzare la mano ed esclamare timidamente: io non ho capito. Il cinema dei Transformers, degli Amazing Spiderman, di Cristian De Sica, Pieraccioni e Zalone, ha contribuito ad alimentare questa distonia, facendoci credere che l’intrattenimento non avesse bisogno di concetti, etica e sovrastrutture, che servisse solo a staccare il cervello ed abbandonarsi ad una pioggia di immagini e sguaiate risate. Guardando per esempio  l’intrattenimento per bambini/ragazzi, perché di questo alla fine stiamo ragionando, ci accorgiamo di quanto negli ultimi anni questo sia radicalmente cambiato, perdendo, dispiace dirlo, qualcosa per strada. Oggi, nel 2014, il cinema è diventato decerebrato, ha per esempio smarrito la paura a favore di una confortevole monotonia fatta di zuccherosa bontà. A perdersi è stata anche quella logica anti edonista che era tanto cara a registi come Landis, Carpenter o Dante. Negli  anni abbiamo smarrito la morale e la voglia di ragionare, ci siamo cullati nell’idea che l’intrattenimento in quanto tale non avesse bisogno di concetti e pensieri da veicolare e così facendo siamo solo riusciti a rendere più stupidi noi e i nostri figli, adagiando i nostri flaccidi deretani sui comodi cuscini dell’ignoranza e lasciando morire un’arte che, in quanto popolare, più di ogni altra potrebbe e dovrebbe aiutarci a comprendere ciò che ci circonda.

Eccoci dunque tornati a Transformers 4, un film che è un vero e proprio insulto per chi guarda, così pieno di retorica guerrafondaia ed effetti speciali da fiera di paese, che andrebbe proiettato nelle scuole di cinema per far capire come non dovrebbe mai essere un film. In conclusione, prima di indignarvi perché questo post parla di voi e della vostra malsana ossessione per i film di Stallone e Jerry Calà, fatevi un esame di coscienza e chiedetevi quali film avete visto, se i registi sopra citati sono per voi semplici nomi senza senso o se invece hanno significato, ognuno a suo modo, una tappa della vostra crescita di spettatore. Se appartenete al gruppo degli indignati, abbandonate queste pagine e non fatevi più ritorno, qui la nostalgia sterile e fine a se stessa non è di casa, qui gli anni ’80 muscolari ed intrisi di edonismo sono considerati immondizia, qui si pensa che gente come Vanzina, Pieraccioni, Moccia, Brizzi, Veronesi e Zalone siano il male del cinema italiano, qui si pensa che il cinema dei supereroi ha leggermente scassato il cazzo…  insomma qui non c’è davvero nulla che vi possa minimamente interessare. Addio.

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GOOD NEWS ?

LA SEQUENZA/ANIMA DEL FILM: Ecco da questo momento ho pensato che potrebbe essere interessante partire, per raccontare un film, da una sequenza che ne racchiuda le intenzioni, il cuore, lo spirito, in positivo o negativo ovviamente. Nulla di più che un approccio differente per vincere la noia o per suscitare una riflessione in più. Ancora una volta, buona lettura tra queste righe che, anno dopo anno, si fanno inesorabilmente sempre più rare e rade.

Houssy

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MALEFICENT, THE LEGO MOVIE, L’INFINITA PLETORA DEI NUMERI 2 E LO STATO DELL’INTRATTENIMENTO PER BAMBINI

animation-da-walt-disney-alla-pixar-animation-studPer quel che mi riguarda sono costretto a notare una cosa: se nelle passate stagioni l’animazione e l’intrattenimento per bambini avevano rappresentato un faro di speranza nel desolato e desolante panorama cinematografico, ormai condannato a reiterate se stesso, ostaggio di scorregge e banalità, bisogna a malincuore ammettere che l’appena conclusasi stagione cinematografica, ha portato ben pochi sorrisi sui faccini dei nostri amati piccoli spettatori, ben più spesso preferendo prendere scorciatoie che passano inevitabilmente per i portafogli dei genitori. Titoli come Paranorman, Brave, Hotel Transilvania o Le 5 Leggende, pur appartenendo alla passata stagione, sembrano ormai echi di un passato lontano, in cui il cinema “per famiglie” aveva più dignità e classe. Consapevoli della facilità dell’indotto, le famiglie sono di diritto tra le specie protette che ancora frequentano il circuito cinematografico, le case di produzione sembrano aver pensato di giocare sul sicuro, abbandonando il rischio ed affidandosi alla pedissequa riproposizione di un modello ormai consolidato, capace quindi di garantire affluenza e di conseguenza incasso.

hr_maleficent_pPrendiamo ad esempio Maleficent, ultimo nato di casa Disney, vero e proprio evento live action che aveva la pretesa di riaggiornare una storia ormai sedimentata nell’immaginario collettivo di intere generazioni, quel La bella addormentata nel bosco che campeggia in ogni videoteca che si rispetti. L’idea alla base di questa dubbia operazione sposta l’attenzione non più sulla Bella del titolo di riferimento, ma sulla fata che le fece il maleficio, consegnandoci così un personaggio con talmente tante attenuanti e sovrastrutture, da apparire insopportabilmente buono. Malefica non è più cattiva, anzi, il male risiede altrove, nell’inutile figura di un re quasi impalpabile. Pur scagliando comunque la maledizione sulla neonata Aurora, la bellissima fata non raggiunge mai la catarsi che merita, non pagando di fatto come meriterebbe per quel gesto così scellerato. Questa scelta nuoce enormemente al film e addirittura rischia di veicolare un messaggio sbagliato, un personaggio come quello interpretato dalla Jolie resta così bidimensionale, troppo schematico ed intrappolato nella sua zuccherosa bontà, che la allontana, e allontana ad un tempo gli stessi piccoli spettatori, dalla possibilità di sbagliare, assumersi le proprie pesanti responsabilità, redimersi e pagare, in una parola, crescere.

locandina (1)Se in un recentissimo passato abbiamo potuto godere della poetica di veri e propri autori quali Tim Burton (suo il bipolare Alice in Wonderland, ma anche lo straordinario Frankenweenie) e Sam Raimi (responsabile dell’ingiustamente demolito Il Grande e Potente Oz), che pur con le mani legate da produzioni pantagrueliche, riuscivano pur sbagliando a fare il proprio Cinema, ora la musica è cambiata e ad accompagnare un sempre più disarmante vuoto pneumatico di idee, sembra ci sia rimasta una dozzinale buona volontà, abborracciata con un allarmante pressapochismo che di autoriale non ha più nulla, essendo di fatto in mano a registi a cui non interessa il significato, ma si trovano irrimediabilmente smarriti nel significante. In mano ad un vero Autore, Maleficent probabilmente avrebbe avuto ben altro destino, riconsegnandoci un personaggio sofferente, drammatico e tragico, probabilmente dagli echi Shakespeariani, invece dell’accozzaglia di zucchero filato, stucchevole melassa e nauseabonda sciatteria narrativa di cui ora siamo poco orgogliosamente in possesso.

rio_two_ver3Vuoto pneumatico di idee dicevamo, affermazione quasi generosa quando ci si imbatte in pellicole come il deludente Cattivissimo Me 2, l’agghiacciante Rio 2, l’irritante Planes e l’assolutamente terrificante Tarzan. Non raccontiamoci balle: non serve nascondersi dietro al fatto che si tratta comunque di prodotti destinati ad un pubblico poco esigente (?!?), la favola che il capitolo secondo non potrà mai essere bello come il precedente ormai non incanta più nessuno, soprattutto dopo un titolo epocale come Toy Story 3, la verità è che il cinema, tutto il cinema, ha preso una china pericolosa, consegnando l’arte in mano a chi persegue il profitto. Punto e basta. Prendiamo proprio un filmaccio buono per il cestone di un supermercato come Rio 2. Quello che hanno fatto i poco fantasiosi “autori” non è stato lavorare sulla storia, ma piuttosto giocare all’accumulo dei personaggi, annacquando una già  striminzita logica ecologista, con problematiche familiari da soap opera pomeridiana. Una trappola in cui per esempio non sono caduti coloro che hanno dato una possibilità al capitolo due di Piovono polpette, che infatti senza arrivare alle vette del capostipite, rinnova la formula tenenedo intatto il team dei  protagonisti e lasciando invece dilagare la fantasia della messa in scena, arricchendola di un messaggio anti consumistico che male non fa di certo.

the-lego-movie-poster-full-photoBisogna poi ammettere che qualcosa di veramente bello si è visto, ben nascosto tra le tante schifezze già citate e quelle altrettanto imbarazzanti di cui ho preferito per vergogna non parlare (un titolo per tutti: I Puffi 2). Tra queste pagine si è già detto meraviglie di Frozen e di Belle e Sebastien, ma permettetemi anche di citare The Lego Movie. Passato un po’ in sordina, prima della sua uscita sembrava un titolo irrinunciabile e una volta sugli schermi la gente lo ha liquidato fin troppo velocemente, bisogna dire che questo straordinario film unisce una messa in scena geniale con un messaggio forte, adulto e polemico. Non parlo solo dell’edificante “finale a sorpresa” ma del fatto che The Lego Movie parla di noi, di tutti noi, raccontando una società perennemente indaffarata di persone tutte uguali, a cui piacciono le stesse cose, le stesse serie tv sempre uguali, gli stessi cibi e perfino le stesse canzoni, insomma un mondo in cui ogni diversità e peculiarità è bandita e  pensare creativamente con la propria testa è considerato inaccettabile. A vegliare su tutto e tutti, perché questo stato di cose non cambi mai, c’è ovviamente un super cattivo senza scrupoli chiamato, pensate un po’, Lord Businness… Più chiaro di così. The Lego Movie è la dimostrazione che quando la fantasia incontra un vero messaggio forte e politicamente scomodo da veicolare, si possono fare cose indimenticabili, aiutando gli spettatori, tutti gli spettatori, nell’arduo compito di crescere.

images (1)Ora più che mai abbiamo sempre più bisogno di pellicole che ci aiutino a pensare con la nostra testa, capaci di farci vedere il mondo con occhi diversi. Aiutare lo spettatore a guardare oltre è caratteristica primordiale e fondativa del cinema stesso, essendo l’arte che per eccellenza è legata allo sguardo, quando un film è un buon film, ci fa vedere al di là di noi stessi, usa l’irreale per riflettere sul reale, parte dalla fantasia per raccontarci la nostra vita, i nostri sogni, i nostri incubi e l’orribile bellezza che ci circonda. Ultimamente ho sempre più l’impressione che quello sguardo si sia appannato, sfuocato tra un miliardo di effetti digitali, sceneggiature scritte su carta igienica e smarrite tra sequel, prequel e reboot, soffocato dal rumore delle casse automatiche degli onnipresenti/onnipotenti multisala, dallo sgranocchiare incessante dei pop-corn e dalla crescente ignoranza degli spettatori, ormai incapaci di cogliere ed esigere la bellezza, ma assuefatti all’esplosione dilagante di un costante rumore di fondo sempre uguale, senza più alcun significato e senza più sogni da sognare.

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WORLD WAR Z

20130711-083319.jpgIo, Houssy, unico curatore di questo blog, in pieno possesso di tutte le mie facoltà mentali, oggi sono qui a difendere l’insindacabile diritto di nascita alle cazzate cinematografiche, purché le stesse siano completamente e fieramente consapevoli di esserlo, abbracciando non senza un filo di ironia, la propria natura semiseria e porgendo bonariamente il fianco a critiche al vetriolo e offrendosi così al pubblico ludibrio. Già da questa righe avrete capito che al sottoscritto il tanto odiato e maltrattato World War Z, non ha fatto schifo, anzi, devo ammettere che questa pellicola, presa per quello che é, una cazzatona appunto, diverte e fa il suo mestiere. Dopo un inizio tutt’altro che promettente, la pellicola azzecca una splendida sequenza a Gerusalemme e soprattutto, prima della fine, ha un’importante intuizione, quasi un’epifania, inedita per questo tipo di film, ovvero, complice un laboratorio, dilata i tempi, prendendosi tutto lo spazio filmico di cui ha bisogno, per costruire la tensione proprio là dove serve, in seno alle nostre certezze. Se di invasioni di zombie tante ne abbiamo viste ed altrettante ne vedremo, bisogna riconoscere a Z una discreta capacità di costruzione del mito. Si perché pur cambiando le materia Romeriana e sposando la nuova e modaiola corrente zombie, Z non rinuncia a qualche trovata inedita. Per cominciare non sembra di trovarsi al cospetto di veri e propri morti viventi, ma perlopiù quello che ci troviamo davanti è un esercito di animali rabbiosi, desiderosi di trasmettere un contagio e non di nutrirsi di carne umana. Questo cambia radicalmente le carte in tavola, rendendo accettabile ciò che altrimenti non lo sarebbe, i cadaveri non possono correre, sono carne in putrefazione, gli infetti invece risultano decisamente più credibili. Certo, qualcuno avrà di certo storto il naso, ma alla fine della fiera siamo in un film di zombie, per Diana, la plausibilità non ė propriamente la portata principale del buffet. Venendo alla vera ragione che mi fa difendere questo film a spada tratta, bisogna assolutamente riconoscergli l’incapacità di prendersi sul serio nemmeno per un minuto. Troppo spesso ultimamente, siamo circondati da pellicole che si prendono dannatamente sul serio, colpevolmente spocchiose e consapevolmente autoriali. Non è una colpa fare cinema di intrattenimento, a patto di non barare, lo è invece spacciare per cinema d’autore un banale blockbuster spacca botteghini. Ecco, negli ultimi tempi più che mai, abbiamo sacrificato il rispetto, che come spettatori ci è dovuto, in cambio di una manciata di promesse mancate, veicolate da trailer estenuanti e nomi altisonanti. Ricominciamo quindi a pretendere più onestà e maggior rispetto, a costo di disertare certi prodotti che evidentemente giocano con le nostre aspettative e con i nostri desideri, forse così Hollywood ricomincerà a trattarci come persone dotate di discernimento e non come zombie. World War Z non è un film sensazionale, ma fa passare un paio d’ore senza rimpiangerne un minuto, in più è onesto con il suo pubblico, fiero e consapevole del suo status di cazzatona col botto. Di questi tempi, fin troppo fast & furious, non è poco.

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2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 44.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 10 Film Festivals

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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MORGUE STREET

Nulla mi da più piacere del poter spaziare tra i mezzi, gli stimoli e le diverse forme espressive. Quando poi capita che un giovane autore mi sottoponga il suo lavoro, allora diventa impossibile evitare di scrivere qualche riga su quel lavoro.

Come dico sempre, c’è più vita in un corto, un video amatoriale, un documentario, un mediometraggio diretto ed interpretato da volti conosciuti o sconosciuti, che in un miliardo di parole che potrei mai scrivere in queste pagine da qui all’eternità. Ci vuole coraggio e volontà per mettere in scena un’idea, per realizzare concretamente qualcosa che possa essere visto e soprattutto giudicato da tutti.

Ecco quindi che si farà presto (dal 27 ottobre al 2 Novembre) largo ed onore al festival di San Sebastiàn, Morgue Street, unico corto italiano in concorso, diretto da Alberto Viavattene. Il corto è una rilettura molto personale dei Delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe e ha già ottenuto commenti più che positivi da personaggi più che illustri come Brian Yzna e Jack Ketchum. Continua a leggere

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