IL DITTATORE: Satira e futuro

Tra 50 anni qualcuno ripescherà i lavori di Sacha Baron Cohen e li studierà nelle università. Qualcuno analizzerà la semantica di Borat e il linguaggio del corpo di Bruno. Tra 50 anni qualcuno si siederà in cattedra e scomporrà Il dittatore parola per parola, inquadratura per inquadratura, provocazione per provocazione.

Figlio di una struttura più convenzionale ma non meno velenoso e rivoluzionario, Il dittatore colpisce al cuore e ribalta continuamente i topoi, arrivando ad essere a tutti gli effetti un’esaltante propaganda per la dittatura. Mettendo continuamente il dito nella piaga di una democrazia forse solo presunta e facendo emergere contraddizioni e debolezze di un sistema perlomeno perfettibile, il dittatore Aladeen non risparmia nessuno e ha parole al vetriolo per tutti.

Ad uscirne demoliti sono soprattutto i capisaldi di un sistema che sembra essere il migliore del mondo e che invece appare delegittimato proprio dagli stessi valori che difende. Facendosi beffe della politica, della fama, del denaro e soprattutto dei media, Aladeen, sembra affermare candidamente che solo la dittatura rappresenta uno stato equo di diritto, salvo arrivare ad affermare con un colpo di teatro sopraffino che forse quella che chiamiamo democrazia le somiglia pericolosamente.

Si ride tanto nel vedere Il dittatore, di cui consiglio la visione in originale per non perdere nemmeno una virgola della straordinaria performance di Sacha Baron Cohen, ma la riflessione è insidiosamente e costantemente dietro l’angolo, strisciante, mascherata da volgarità, mimetizzata dietro ad una battuta misogina. Il dittatore è in questo senso un film politicamente scorretto e a tratti tragico, così cinico e determinato a sputarci in faccia evidenti contraddizioni ed urticanti verità.

Si può far finta di niente e liquidare il tutto come una sciocca provocazione estremamente bassa e poco colta, ma avendo il coraggio e gli occhi per guardare un pochino più in là, Il Dittatore con il suo continuo ribaltamento di ruoli, assume la potenza di un grido di sveglia, che sceglie l’urgenza dello scherno e l’arma dell’esagerazione per raccontarci un mondo, il nostro mondo, che abbiamo fatto costruire ad altri e che abitiamo non senza ipocrisia.

Una rara dote che solo la migliore satira conserva celata al suo interno.

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VOTO

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