GOD BLESS AMERICA: Requiem for a dream

Bisogna riconoscere all’America la straordinaria e quasi unica capacità di riflettere impietosamente su se stessa.

Parallelamente ad Hollywood che sforna pop-corn movie e blockbuster buoni per essere visti e dimenticati, esiste una validissima ed alternativa dose di autorialità che pensa e scrive, cercando di usare il cinema per raccontare una realtà altra e matrigna, spesso servendosi del genere per veicolare un’idea. Film piccoli e poco main stream, fatti di storie a volte minuscole e spesso enormi, veri e propri paradigmi di un mondo in divenire, figli dell’urgenza di raccontare e a volte di urlare.

God bless America racconta di Frank, uomo di mezza età, che dopo aver passivamente subito il collasso morale, etico e civile della società che lo circonda, impegnata a celebrare se stessa attraverso l’arroganza e la cattiva tv, decide di armarsi fino ai denti e di cominciare la sua personalissima crociata volta a ripulire il suo paese.

In God bless America c’è un pizzico dello splendido Super, un po’ di Natural born killers di Stone, qualche goccia di Happiness di Solontz e sorprendentemente una bella spruzzata dello straordinario Rampage di Uwe Boll, ma le similitudini non devono ne spaventare ne scandalizzare, dopotutto il film ha una propria poetica e una propria anima anarchica ed indipendente, una tangente schizzata ed esilarante a cui sarà semplicissimo abbandonarsi.

Le similitudini comunque finiscono molto in fretta, infatti la mirata riflessione sulla società dell’immagine, che va a braccetto con la sua sistematica decostruzione, non solo è spietata e senza luce, ma grazie al personaggio del protagonista è capace di fare un passo in più. Lo stesso Frank diventerà infatti parte del meccanismo che vuole distruggere, arrivando ad usare le telecamere di una diretta tv per divulgare il proprio disperato messaggio di morte, un requiem televisivo dal gusto molto amaro, un’ulteriore zampata di cinismo da parte di una sceneggiatura capace non solo di colpire duro, ma anche di regalare ottimi momenti di lirismo e di cinema.

Concludendo God bless America può essere esperienza alquanto disturbante. Qualcuno potrebbe riconoscersi nel vuoto pneumatico di una civiltà Titanic che sta colando a picco, altri invece corrono il rischio di specchiarsi nei meandri del cuore nero di odio di Frank, riconoscendolo come anima gemella, fratello di sangue, escrementi e lacrime.

Polemico, politico, necessario… grande cinema.

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LA SCENA CHE VALE IL FILM

La sequenza nel cinema vale il film.

L’ANGOLO DELL’INTRIGANTE NOZIONISMO

Bobcat Goldthwait, il regista, ha diretto l’altrettanto bello, Il miglior papà del mondo con Robin Williams. Molti di voi però lo conosceranno per aver interpretato il ruolo dell’eccentrico Zed nella serie Scuola di polizia.

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