KILL THE IRISHMAN: Il passo del cinema di una volta e la fascinazione del male

Non bisogna essere particolari intenditori di cinema per amare in modo viscerale Kill the Irishman. Figlio di un’estetica passata e mai dimenticata, lontano milioni di anni luce dagli ammiccamenti del nuovo pulp, quello fracassone e divertente di Guy Ritchie tanto per capirci, questo film, basato su fatti realmente accaduti, ha il classico fascino perverso del male.

In maniera non molto dissimile a classici come Il Padrino o Quei bravi ragazzi, Kill the Irishman, porta sullo schermo le peripezie di un uomo fattosi da se, che grazie ad una fortuna sfacciata, determinazione e una buona dose di incoscienza, negli anni ’70, ha tenuto testa alle famiglie mafiose di Cleveland, tentando di costruire il suo personale impero del crimine.

Ottimamente interpretato da un massiccio Ray Stevenson (The Punisher-Zona di guerra), da un commovente Vincent D’Onofrio e dal redivivo Va Kilmer, Kill the Irishman ha il pregio di raccontare una storia poco nota, con mezzi fieramente passati. Orgogliosamente refrattario al montaggio veloce e ad una messa in scena compiaciuta della violenza, il film regala i suoi momenti migliori quando descrive i rapporti di rispetto e tenera amicizia instauratosi tra i protagonisti, fatti di cameratismo maschio e cristallino.

E’ strano notare come la descrizione di una personalità criminale, possa essere così ipnotica per chi guarda, lasciando praticamente affascinati e dimentichi del male fatto da questo irlandese quasi invulnerabile. Allo stesso modo in cui si parteggia per Don Vito Corleone e i suoi figli Sonny e Michael, qui si annulla la capacità di discernere e la simpatia si sposta tutta sulla figura di Green, irlandese tutto d’un pezzo. Culminando in una catarsi temuta ed inevitabile, il cammino dell’irlandese deflagra attraverso lo schermo, arrivando a colpire con la sua massiccia personalità, ciascuno di noi, ormai stregati dal suo magnetismo.

Raccontato in maniera serrata ed ellittica, senza lasciare troppo spazio alla retorica e al compiacimento di se, Kill the Irishman si dimostra pellicola forte e massiccia come la roccia, un solido racconto sbucato da un’epoca che fu, in cui il cinema viveva, pulsava e regalava idee, fregiandosi di un’etica e di un’integrità che abbagliavano. Regalando almeno due sequenze da antologia, il finale su tutte, questo cinema del presente che guarda al passato, riesce ancora a stupire senza necessariamente trasportarci in un pianeta lontano abitato da indigeni dalla carnagione blu, ma lavorando sulla fisicità del suo protagonista, sui tempi e sulla solidità della sceneggiatura, arricchendola con un pò di poesia.

Che bello poi rivedere in azione Paul Sorvino!

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VOTO DI TESTA (PASSATE ALCUNE ORE): – 7 -

VOTO DI CUORE (PERSONALISSIMO): – 7 -

VOTO DI PANCIA (APPENA FINITI I TITOLI DI CODA): – 7,5 -

CHE INVESTIMENTO MERITA DA PARTE VOSTRA:

Direi che la distribuzione italiana è lontana, non resta che braccarlo come un animale ferito.

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1 commento

Archiviato in Drama

Una risposta a “KILL THE IRISHMAN: Il passo del cinema di una volta e la fascinazione del male

  1. yulia

    L’ho visto per caso a casa di un amico . DAVVERO UN BEL FILM !

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